Vaccino contro l'Hiv: ancora un fallimento

Fermata obbligata

Vaccino contro l'Hiv: ancora un fallimento

Tre anni di ricerca e 104 milioni di dollari di investimento andati in fumo. Il trial clinico per testare l’efficacia di un vaccino contro l’Hiv in Sud Africa è stato un fallimento. Ma i ricercatori sostengono che valesse la pena provarci

di redazione

Non c’è la minima prova della sua efficacia. Dopo tre anni di ricerca con 5.400 partecipanti e un investimento di 104 milioni di dollari non deve essere stato facile per Glenda Gray, president del Medical Research Council in South Africa, liquidare come un totale fallimento lo studio di fase 3 sul vaccino contro l’Hiv da lei guidato. Ma i risultati parlano chiaro, inutile sprecare altri soldi ed energie: il trial condotto in Sud Africa, dove risiedono 7,7 million di persone con infezione da Hiv, si chiude prima del previsto. Se le cose fossero andate diversamente, la ricerca sarebbe dovuta continuare fino a luglio 2022.

Oggi invece ne possiamo parlare al passato. Lo studio iniziato nell’ottobre del 2016 si chiamava “HVTN 702” e partiva con le migliori premesse: la sperimentazione riguardava «una nuova versione dell’unico candidato tra i vaccini per l’Hiv che abbia mai dimostrato di fornire qualche protezione contro il virus», come si legge in una nota del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, parte dei National Institutes of Health promotori del progetto. Va ricordato però che il prodotto più promettente di cui si parlava in quella circostanza, ovvero quello testato nel trial RV144  in Tailandia, aveva dimostrato un’efficacia non più alta del 31 per cento. Sicuramente troppo bassa per potersi aggiudicare il mercato, ma sufficiente per spingere a insistere nella ricerca. E così infatti è stato. 

«Abbiamo lottato per anni e anni, e quindi abbiamo colto il minimo effetto positivo, un potenziale prodotto per sviluppare l’immunità che sembrava interessante. Data la gravità dell'epidemia, se questo era tutto ciò che avevamo era meglio fare qualcosa o niente?», ha dichiarato Anthony Stephen Fauci , direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. 

Quello stesso vaccino è stato così sperimentato in Sud Africa anche se adattato al sottotipo “C” del virus più frequente in quella zona.  

I ricercatori hanno reclutato 5.400 uomini e donne sessualmente attivi tra i 18 e i 35 anni di età in 14 comunità del Sud Africa. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi a uno dei quali è stato somministrato il vaccino, mentre all’altro un placebo. Entrambi hanno ricevuto 6 iniezioni in 18 mesi. A tutti i volontari è stato garantito l’accesso alle strategie di prevenzione standard compresa la profilassi orale pre-esposizione. 

Lo scorso 23 gennaio è arrivata la doccia fredda. Era il giorno decisivo per decidere se fermarsi o andare avanti. I dati hanno imposto lo stop: tra le persone vaccinate sono stati registrati 129 casi di infezione da Hiv, mentre nel gruppo di controllo 123. I numeri dimostrano inequivocabilmente che il vaccino non è efficace.  La sperimentazione finanziata dai National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e dalla Bill & Melinda Gates Foundation è stata quindi sospesa. 

Ora tutte le speranze sono riposte in altri due trial clinici, gli studi Imbokodo e Mosaico, sponsorizzati da Janssen la società farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson, il primo nell’Africa sub sahariana e il secondo in America e in Europa in cui anche l’Italia è coinvolta. Il vaccino messo alla prova nelle due sperimentazioni è un vaccino cosiddetto “a mosaico”, sviluppato per indurre risposte immunitarie contro un’ampia varietà di ceppi virali responsabili della malattia.

Altre sperimentazioni, come quella condotta in Italia da Barbara Ensoli, direttore del Centro nazionale per la ricerca su Hiv/Aids dell'Istituto superiore di sanità (Iss), riguardano “vaccini terapeutici” e non “profilattici”, farmaci che non prevengono l’infezione ma la tengono sotto controllo in persone già infette. 

Sono in corso anche trial clinici per valutare la protezione a lungo termine di famaci antiretrovirali, come il cabotegravir che sembrerebbe garantire il controllo dell’Hiv con un’iniezione ogni due mesi. Ma anche in questo caso non si tratta di un vaccino.