La variante Delta raddoppia il rischio di ricovero in ospedale. Vaccinarsi è fondamentale

L’analisi

La variante Delta raddoppia il rischio di ricovero in ospedale. Vaccinarsi è fondamentale

Finalmente abbiamo un dato certo sul rischio di ospedalizzazione della variante Delta (in assenza di vaccino): le probabilità di ricovero sono doppie rispetto alla variante Alfa. Lo studio su Lancet Infectious Diseases su 43mila casi di Covid conferma che i ricoveri tra i vaccinati sono rari

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Immagine: We Are Covert, Copyrighted free use, via Wikimedia Commons
di redazione

È più contagiosa, riduce in parte l’efficacia dei vaccini ed è anche più pericolosa. La variante Delta, infatti, raddoppia il rischio di finire in ospedale rispetto alla variante alfa. È così, con alla mano i dati di più 40mila casi di Covid-19, che gli autori di un recente studio sulla rivista Lancet Infectious Diseases dimostrano quanto la definizione di Voc (variant of concern) attribuita dall’Oms lo scorso maggio sia pienamente giustificata. Ci sono tutti e tre i requisiti per finire nella categoria delle varianti che destano preoccupazione:  maggiore trasmissibilità, minore protezione dei vaccini e sintomi più gravi. I ricercatori hanno raccolto i dati sui ricoveri in Inghilterra tra il 29 marzo e il 23 maggio 2021 distinguendoli in base alla variante del virus identificata con analisi genetiche. Si tratta del primo studio a valutare il rischio di ricovero ospedaliero della variante delta basato sul sequenziamento genetico del virus, la procedura che stabilisce con certezza quale variante abbia provocato l’infezione. 

Gli scienziati hanno raccolto campioni del virus di 43mila casi confermati di Covid-19 e hanno ricostruito per ognuno dei pazienti l’andamento della malattia tenendo conto in particolare dei ricoveri e delle visite al pronto soccorso. È stato inoltre preso in considerazione lo stato vaccinale dei partecipanti (vaccinazione completa, parziale o assente). 

Durante l’intero periodo di osservazione, ci sono stati 34.656 casi attribuiti alla variante alfa (80%) e 8.682 casi alla variante delta (20%). 

Questo è il dato medio registrato nell’arco dello studio. Ma lo scenario è cambiato completamente da un certo punto in poi: nella settimana del 17-24 maggio 2021 la variante Delta aveva preso il sopravvento su quella Alfa aggiudicandosi il 65 per cento dei casi. 

Guardando solamente ai numeri le differenze nel tasso di ospedalizzazione tra la variante Alfa e la Delta non sembrano particolarmente significative. Circa un paziente su 50 è stato ricoverato in ospedale entro 14 giorni dal primo test positivo, il 2,2 per cento con variante Alfa e il 2,3 per cento con variante Delta. Ma questi numeri non dicono tutto. I ricercatori hanno rifatto i calcoli tenendo conto dei fattori noti per aumentare il rischio di malattia grave, tra cui età e lo stato di vaccinazione. 

Così facendo si è scoperto che le probabilità di finire in ospedale erano più che raddoppiate con la variante Delta rispetto alla variante Alfa (aumento del rischio di 2,26 volte). I dati dello studio confermano l’efficacia protettiva dei vaccini contro le infezioni gravi per entrambe le varianti. Solo l’1,8 per cento dei casi di Covid-19 (con entrambe le varianti) aveva ricevuto entrambe le dosi del vaccino, il 74 per cento dei casi (32.078/43.338) non era vaccinato e il 24 per cento (10.466/43.338) era parzialmente vaccinato. Il numero delle persone totalmente vaccinate ricoverate per Covid era talmente basso che i ricercatori non hanno potuto fornire dati statisticamente significativi sulla variante responsabile dell’infezione. 

«La nostra analisi evidenzia che in assenza di vaccinazione, qualsiasi scoppio di focolai di variante delta imporrà un onere maggiore all'assistenza sanitaria rispetto a un'epidemia di Alfa. Essere completamente vaccinati è fondamentale per ridurre in primo luogo il rischio individuale di infezione sintomatica con Delta e, soprattutto, di ridurre il rischio di malattia grave e ricovero ospedaliero», ha dichiarato Anne Presanis, del MRC Biostatistics Unit dell’Universitò di Cambridge, tra gli autori principali dello studio.