Il virus del vaiolo delle scimmie resta sugli oggetti, ma non è detto che possa trasmettere l’infezione

L’indagine

Il virus del vaiolo delle scimmie resta sugli oggetti, ma non è detto che possa trasmettere l’infezione

In una casa dello Utah dove hanno vissuto per 20 giorni due persone con vaiolo delle scimmie, è stato trovato il Dna del virus su cuscini, coperte, maniglie e interruttori. Ma in nessun caso è stata rilevata la presenza di virus vitale

50632499051_62eaa68912_k.jpg

Immagine: Marco Verch Professional Photographer / Flickr [CC BY 2.0]
di redazione

Sembra un déjà-vu. Cambia l’epidemia ma i quesiti restano gli stessi. Il virus del vaiolo delle scimmie si può contrarre toccando superfici contaminate? Era accaduto lo stesso con Covid: tutti i possibili metodi di trasmissione erano stati scrupolosamente passati al vaglio e il contagio da superfici, alla fine, è stato considerato estremamente raro. Cosa succede con il monkeypox che ha colpito oltre 41mila persone nel mondo e 14mila negli Stati Uniti? Per ora sappiano che il virus può rimanere  sugli oggetti maneggiati da un paziente anche per 20 giorni dalla comparsa dei sintomi. Ma non è ancora chiaro se questi residui di virus siano in grado di provocare un’infezione. 

Questo dicono, in sintesi, i dati dello studio pubblicato su Morbidity and Mortality Weekly Report dei Centers for Diseases Control and Prevention (Cdc). I campioni prelevati su molti oggetti della casa dove hanno soggiornato due persone con vaiolo delle scimmie, cuscini, coperte, interruttori, computer, sono risultati positivi al test del Dna ma in nessun caso il virus si è riprodotto in laboratorio. Il virus c’è ma non è vitale. È probabile quindi che il materiale virale rinvenuto sugli oggetti sia poco o per nulla contagioso. 

Il sopralluogo da parte degli agenti del Utah Department of Health and Human Services (UDHHS) è avvenuto nell’abitazione di due persone nello Hutah che hanno contratto l’infezione dopo un viaggio all’estero. Entrambi i pazienti (A e B) avevano lesioni di numero contenuto in diverse parti del corpo e una sintomatologia moderata. La completa guarigione è avvenuta in 30 giorni per il paziente “A” e in 22 giorni per il paziente “B”. I due coinquilini erano rimasti isolati in casa per 20 giorni prima del sopralluogo per il monitoraggio delle superfici e al momento del campionamento erano entrambi ancora sintomatici. La temperatura della casa a due piani oscillava tra i 20,6°C e i 23,9°C. 

Dei 30 oggetti analizzati sia porosi che non porosi (coperte, cuscini, asciugamani, maniglie e interruttori), 21 (il 70%) sono risultati positivi al test PCR (Polymerase Chain Reaction). Ma nessun campione ha mostrato di avere una carica virale attiva in laboratorio. La presenza del Dna del virus sugli oggetti, quindi, non basta a dimostrare la possibilità di trasmissione indiretta dell’infezione. «Il Dna del virus monkeypox è stato rilevato su molti oggetti e superfici campionate indicando che è avvenuto un certo livello di contaminazione nell'ambiente domestico. Tuttavia, l'incapacità di rilevare virus attivi suggerisce che la vitalità del virus diminuisca nel tempo per inattivazione chimica o ambientale. Sebbene entrambi i pazienti fossero sintomatici e isolati in casa per più di tre settimane, le loro pratiche di pulizia e disinfezione durante questo periodo potrebbero aver limitato il livello di contaminazione. Questi dati sono limitati e sono necessari ulteriori studi per valutare la presenza e il grado di contaminazione della superficie e studiare il potenziale di trasmissione indiretta del virus Monkeypox negli ambienti domestici», scrivono i ricercatori. 

Il contatto fisico diretto ravvicinato, spesso pelle a pelle, con eruzioni cutanee, croste, lesioni, fluidi corporei o secrezioni respiratorie, resta per ora l’unica forma accertata di contagio. «I dati epidemiologici che abbiamo finora in questo focolaio supportano che le persone non contraggono il vaiolo delle scimmie toccando superfici contaminate. La preponderanza dei dati indica che la malattia viene trasmessa attraverso il contatto fisico diretto, sia sessuale che non sessuale», ha commentato Michael Osterholm, esperto di malattie infettive, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy dell’University of Minnesota.