Dal dito alla luna: una nuova ipotesi sulle origini della malattia di Alzheimer

Dal dito alla luna: una nuova ipotesi sulle origini della malattia di Alzheimer

Michael Franklin [CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], via Wikimedia Commons

Nello studio della malattia di Alzheimer, dopo anni a guardare il dito, uno studio italiano potrebbe aver finalmente spostato lo sguardo verso la luna.

Fuor di metafora, una ricerca, condotta da ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e de CNR, ha infatti identificato una nuova area del cervello coinvolta nell’insorgenza della malattia: l’area tegmentale ventrale. I cambiamenti a carico di quest’area potrebbero essere all’origine di tutti i processi degenerativi osservati fino a oggi. 

Ma procediamo con ordine: la malattia di Alzheimer solo in Italia colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età. La ricerca fino a oggi si è concentrata principalmente sull’ippocampo, un’area del cervello che regola in particolare la funzione della memoria. L’ipotesi più accreditata è che nei malati di Alzheimer l’ippocampo progressivamente degradi la propria capacità di gestire la dopamina e quindi la funzione della memoria strettamente correlata a questa area del cervello, la cui perdita è uno dei primi e più evidenti sintomi della patologia.

In realtà, secondo il nuovo studio pubblicato su Nature Communications, questi fenomeni potrebbero essere la conseguenza di un qualcosa che succede a monte. 

La dopamina che giunge anche all’ippocampo arriva attraverso i neuroni che provengono dall’area tegmentale ventrale (in sigla VTA): la ricerca mostra ora che i neuroni preposti alla produzione di dopamina vanno incontro a una degenerazione precoce, mentre i neuroni ippocampali non presentano nessun segno di sofferenza.

«Questo ci ha indotto a ipotizzare che il decadimento cognitivo legato alla malattia di Alzheimer non dipenda da una degenerazione dell’ippocampo, bensì dal fatto che all’ippocampo non arrivi dopamina nella quantità giusta e necessaria, essendo l’area tegmentale ventrale in degenerazione», ha spiegato la prima autrice dello studio Annalisa Nobili.

Per cercare una conferma di questa ipotesi, il gruppo di ricerca ha somministrato in modelli animali da una parte L-Dopa, un amminoacido precursore della dopamina, e dall’altra selegilina, una sostanza che contrasta la degradazione della dopamina. Ripristinati i livelli di dopamina nell’ippocampo, i ricercatori hanno in effetti registrato un completo recupero delle funzioni mnemoniche.

L’uso di L-Dopa non è una novità: già oggi è somministrata ai malati di Parkinson, ma solo come soluzione ultima nelle fasi più avanzate della patologia a causa della sua tossicità e dei connessi effetti collaterali. «Per questo motivo lo studio non ipotizza in alcun modo un uso terapeutico della dopamina», ha precisa Marcello D’Amelio, professore di Fisiologia Umana del Campus Bio-Medico di Roma e direttore del Laboratorio di Neuroscienze Molecolari della Fondazione Santa Lucia Irccs. «Il risultato importante è un altro. Nelle ricerche sulle cause della malattia di Alzheimer e su nuove strategie terapeutiche questa ricerca sposta l’attenzione sull’area tegmentale ventrale e il suo difetto di produzione di dopamina, rispetto al quale concentrarsi sull’ippocampo potrebbe significare guardare a un effetto del processo degenerativo anziché alla vera causa».

Un’ipotesi ulteriormente rafforzata dal fatto che l’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche al nucleo accumbens, un’area del cervello che modula invece un aspetto psicologico del comportamento umano: la motivazione. Un difetto di apporto di dopamina al nucleo accumbens provoca di conseguenza depressione e questo è un altro dei noti sintomi precoci della malattia di Alzheimer. Un sintomo che spesso può perfino precedere le prime manifestazioni di perdita della memoria.

Lo studio si spinge infine a ipotizzare un’analogia neurofisiologica tra malattia di Alzheimer e malattia di Parkinson. Mentre infatti l’area tegmentale ventrale trasmette dopamina all’ippocampo e al nucleo accumbens e, nel caso di un difetto di produzione, può danneggiare memoria e motivazione, la sostanza nera, un’altra area profonda del nostro cervello, produce dopamina e la rilascia principalmente al corpo striato, area del cervello coinvolta nel controllo del movimento, funzione che invece mostra peggioramenti al primo insorgere della malattia di Parkinson. 

Allo stesso tempo, problemi di movimento tipici del Parkinson possono presentarsi nelle fasi più avanzate della malattia di Alzheimer, mentre la demenza tipica della malattia di Alzheimer subentra nelle fasi più avanzate della malattia di Parkinson. «Sulla base dei dati raccolti con il nostro studio ci sembra a questo punto lecito chiedersi quale meccanismo possa accomunare le fasi iniziali della malattia di Alzheimer e di Parkinson nella degenerazione dei neuroni dopaminergici dell’area tegmentale ventrale e della sostanza nera», ha concluso D’Amelio.

Ma ci sarà ancora da lavorare molto per comprenderlo.

Lo studio è stato finanziato dal ministero della Salute nell’ambito del progetto Giovani Ricercatori e dall’Alzheimer’s Association americana.