Il fegato invecchia meno se trapiantato in una persona più giovane

Il fegato invecchia meno se trapiantato in una persona più giovane

La mitologia greca narra che Prometeo fu fatto incatenare da Zeus in cima a una roccia. Tutti i giorni un’aquila gli dilaniava il fegato, che gli ricresceva durante la notte. Immagine: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, via Wikimedia Commons

Arriva da uno studio dell’Università di Bologna e dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma l’ultima scoperta su questo straordinario organo. 

È già noto da secoli per la sua capacità di rigenerazione, che consente, per esempio, di eseguire interventi chirurgici di asportazione fino al 70% dell'organo in presenza di alcune malattie o di particolari tumori. 

Da anni, poi, è noto che il fegato può però essere utilizzato con successo per il trapianto, indipendentemente dall'età di chi lo dona. 

Ora emergono le sue capacità adattive: lo studio ha infatti identificato nuovi marcatori di invecchiamento nel fegato umano e il loro comportamento nel caso di trapianto: così si aprono nuove prospettive all'utilizzo di organi provenienti da donatori anziani.

«Abbiamo analizzato biopsie del fegato provenienti da donatori d’organo di età da 12 a 92 anni, campioni di sangue da soggetti riceventi pre e post-trapianto e anche biopsie di fegato pre-post-trapianto, provenienti da persone in cui la differenza di età con il donatore del fegato era particolarmente marcata», hanno illustrato Miriam Capri e Claudio Franceschi del Dipartimento di Medicina Sperimentale Diagnostica e Specialistica dell’Università di Bologna. «Lo studio ha portato alla luce, con un approccio molecolare e bioinformatico, nuovi marcatori di invecchiamento e l’incremento di alcune piccole molecole di RNA (microRNAs) attive nella regolazione dell'espressione dei nostri geni. Questo incremento si riduce molto in riceventi più giovani mentre è decisamente elevato in riceventi più anziani dei donatori. Inoltre, l'analisi dei profili di alcuni carboidrati complessi presenti nelle proteine del sangue periferico e che in parte sono prodotte da tessuto epatico, ha confermato come questo organo sia effettivamente funzionale dopo il trapianto e come vi siano alcuni segni molecolari di ringiovanimento indipendentemente dall’età del donatore, proprio tramite l'analisi di questi carboidrati».

La ricerca, che è stata condotta nell'ambito di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) vinto dai ricercatori, giustifica dunque per la prima su basi biologiche l'utilizzo degli organi che vengono donati da persone in età avanzata a scopo di trapianto.

Inoltre si aprono nuovi filoni di ricerca: «Lo studio - ha detto Gian Luca Grazi, direttore della Chirurgia EpatoBilioPancreatica dell’Istituto Tumori Regina Elena - rappresenta un importante passo in avanti nell'acquisizione di marcatori  molecolari capaci di descrivere i processi di invecchiamento del fegato. Ma apre anche le porte ad ulteriori filoni di ricerca nella valutazione dell’invecchiamento dell’organo, con e senza patologia, e le relative modificazioni dell’espressione dei geni che possono contribuire al rischio dello sviluppo di tumori».