È emergenza: mancano 50 mila infermieri

Il congresso

È emergenza: mancano 50 mila infermieri

Ce ne è bisogno in ospedale e sul territorio. E c’è chi propone di fargli prescrivere i farmaci
redazione

infermieri.jpg

Apprezzati dai cittadini, gli infermieri però sono troppo pochi. Dal Congresso Fnopi emerge che se ne sente il bisogno anche fuori dall’ospedale, nelle farmacie o nelle scuole. Potrebbero prescrivere ricette? Aifa è disposta a discuterne, i medici no.

In tutto 50mila, 20mila in ospedale e 30mila sul territorio. È il numero degli infermieri che mancano per rendere efficiente l’assistenza sanitaria nel nostro Paese secondo i dati diffusi nel corso del primo Congresso nazionale della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). 

Dal 2009 al 2016 con i tagli alla spesa sanitaria si sono persi 12mila infermieri.

«Il Paese – afferma Barbara Mangiacavalli presidente Fnopi - ha bisogno di infermieri e di infermieristica. Eppure il Ssn vede un costante decremento del numero di professionisti in Sanità e conseguentemente una sempre minore capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione». 

Cosa vogliono i cittadini 

I cittadini apprezzano e stimano gli infermieri, ne vorrebbero di più e li vorrebbero più vicini, disponibili ad aiutarli anche fuori dall’ospedale. 

Lo dimostrano i risultati dell’Osservatorio civico sulla professione infermieristica, istituito da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato e Fnopi  presentati in occasione del Congresso. L’indagine ha coinvolto circa 2mila cittadini in 15 regioni. 

Nell’88 per cento dei casi gli infermieri vengono giudicati cortesi e nel 72 per cento dei casi disponibili all’ascolto. L’80 per cento degli infermieri ha dato ai pazienti informazioni chiare e comprensibili descrivendo (72%) gli esami, le terapie e i trattamenti che stava per effettuare. Raramente (solo 1 caso su 5) le richieste di attenzioni del paziente sono state ignorate. 

Gli infermieri sono giudicati una risorsa preziosa anche fuori dall’ospedale. 

Circa 3 cittadini su 5 affermano di essere stati aiutati dall’infermiere nella gestione della patologia e dei trattamenti una volta dimessi, riferendo inoltre, che in almeno 1 caso su 2 il professionista abbia organizzato il calendario delle visite e dei successivi esami (55%). 

Il lavoro dell’infermiere, lo sostiene il 65 per cento dei cittadini, è ben coordinato con quello dei medici e degli altri professionisti sanitari con una sola eccezione. Quando si è trattato di gestire il dolore 1 infermiere su 4 non ha cercato la collaborazione con i medici per trovare una soluzione tempestiva. 

La carenza di personale infermieristico è avvertita dal 52 per cento circa dei cittadini che considera insufficiente il numero degli infermieri negli ospedali, ma non solo. Sono in molti a chiedere più infermieri sul territorio: 3 cittadini su 5 (78%) vorrebbero avere a disposizione un infermiere di famiglia come succede per il medico e l’84 per cento degli intervistati accoglierebbe volentieri un infermiere negli istituti scolastici.

Cosa vogliono gli infermieri

Amano quel che fanno, ma le gratificazioni economiche o professionali tardano ad arrivare. Con turni di lavoro faticosi e poche possibilità di carriera, gli infermieri sono soddisfatti solo a metà. 

Il lavoro di domenica è quasi la norma,  tocca il 68,3 per cento nei servizi ospedalieri, e anche i turni di notte:   tra gli infermieri dei servizi ospedalieri ben il 57,8 per cento afferma di aver lavorato di notte nelle ultime 4 settimane e il 44,4 per cento per 2 o più volte ogni settimana.

Gli infermieri  sono meno soddisfatti della carriera rispetto ai medici. Eppure attualmente l’85 per cento delle aziende nel privato e  l’84 per cento nel pubblico investe in ruoli dirigenziali per gli infermieri, individuando anche competenze specialistiche. Non basta.  «Si deve riuscire ad aumentare rapidamente il rapporto infermieri medici - si legge nella nota stampa della Fnopi -  per accompagnare l’evoluzione dei bisogni e migliorare appropriatezza e sostenibilità del sistema, soprattutto nelle regioni in cui demografia ed epidemiologia rendono il gap bisogni-offerta più ampio». 

La proposta: gli infermieri prescrivano alcuni farmaci

«L’infermiere, nella mia visione, svolge un ruolo da co-protagonista e un cambiamento nell’approccio culturale alla professione potrebbe consentire di allargarne ulteriormente gli orizzonti, così come accade in altri Paesi europei». Con queste parole Mario Melazzini, direttore dell’Agenzia Italiana del Farmaco, apre all’ipotesi di far prescrivere alcuni tipi di medicinali e presidi sanitari agli infermieri. In molti Paesi questa possibilità già esiste. 

Nel Regno Unito così come in Spagna l’infermiere è legittimato a prescrivere un numero ristretto e ben definito di farmaci. Gli spagnoli hanno puntato sulla terminologia per non confondere i ruoli: l’infermiere “dispensa”  medicinali distinguendosi in questo modo dal medico che li “prescrive” . 

«Quello che interessa in maniera prioritaria in Italia - spiega Barbara Mangiacavalli - è la possibilità di prescrivere presidi e ausili per incontinenza, per le istomie, per l'alimentazione speciale, per le medicazioni avanzate».  Ma i camici bianchi si oppongono. «Diciamo un no forte e chiaro al task shifting - ha dichiarato Filippo Anelli presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) -  al trasferimento delle competenze professionali dal medico ad altre figure sanitarie». I medici sono categorici:  la “prescrizione”, con qualunque nome si scelga di chiamarla, deve rimanere un atto medico.

«La prescrizione non è un fatto automatico - spiega Anelli -  ma è la conclusione di un percorso articolato che passa attraverso la diagnosi, anche differenziale. Non può essere un momento avulso dalla valutazione complessiva del malato, non può essere estrapolata dalla relazione di cura tra il medico e il suo paziente. Anche nell’ambito della cronicità: ogni volta vanno valutati aggiustamenti terapeutici, vanno monitorate le risposte del paziente e messe in conto le eventuali interazioni, se il malato, come sempre più spesso accade, è in politerapia. È una garanzia per la salute del paziente, è una questione di appropriatezza, di efficacia e di buon funzionamento per il Servizio Sanitario Nazionale».