Da endovena a sottocute: la “piccola” innovazione che fa bene al paziente e al servizio sanitario

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Da endovena a sottocute: la “piccola” innovazione che fa bene al paziente e al servizio sanitario

redazione

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Il passaggio dalla versione endovena a quelle sottocute di due comuni farmaci oncologici ha consentito un dimezzamento del tempo impiegato da infermieri e farmacisti e risparmi economici di 60 milioni di euro

Cosa cambia quando un farmaco fino a ieri somministrato endovena da personale ospedaliero diventa disponibile in formulazione sottocutanea? 

È a questo quesito che ha cercato di rispondere un Report di Health Technology Assessment prodotto da ALTEMS - Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

L’avvento di nuove formulazioni che consentono l’utilizzo di un farmaco tramite una nuova via di somministrazione è in genere considerata un’innovazione di poco conto. Invece, il report, realizzato con il sostegno di Roche, mostra che le ricadute di una simile trasformazione sulla qualità di vita del paziente sul sistema sanitario (in termini organizzativi, economici e sociali) sono enormi.

Lo fa analizzando oltre 3.000 questionari compilati dai pazienti e da più di 60 centri ospedalieri coinvolti in tutta Italia e riferendosi al caso del trattamento del carcinoma mammario e del linfoma non Hodgkin, patologie molto diffuse e per cui si sono rese recentemente disponibili formulazioni sottocutanee dei farmaci trastuzumab e rituximab.

Ebbene, secondo il report, l’adozione delle cosiddette terapie brevi consente di ottenere efficienza organizzativa e operativa dei day-hospital, con dimezzamento del tempo impiegato da infermieri e farmacisti, e risparmi economici che si concretizzano in costi sociali evitati pari a oltre 60 milioni di euro complessivi (31,5 milioni di euro in oncoematologia e 30 milioni di euro in oncologia). 

Non minore l’impatto sui pazienti: il rapporto ha stimato infatti che le nuove formulazioni consentono una riduzione dei tempi di attesa in ospedale del 34% e in generale del 50% la permanenza nel day-hospital.

«Il cambiamento delle vie di somministrazione dei due anticorpi monoclonali non modifica i livelli di efficacia e sicurezza già molto elevati in questi farmaci», dice  Americo Cicchetti, direttore di ALTEMS e docente di Organizzazione Aziendale Facoltà di Economia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Ma il passaggio dalla somministrazione endovena a quella sottocute rappresenta una vera e propria rivoluzione sotto il profilo organizzativo e riduce i costi dell’assistenza. Ma a beneficiare di più sono proprio i pazienti con un significativo miglioramento della loro qualità di vita».

Cosa significhi concretamente il passaggio dall’uno all’altro regime lo racconta Vito Antonio Delvino, direttore generale dell’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” IRCCS di Bari. «Quello che cambia in modo clamoroso è il tempo che impiegano gli operatori sanitari a preparare il farmaco prima e ad assistere il paziente poi», ha commentato. «Una somministrazione sottocutanea che dura 5 minuti si traduce in 5 ore in meno di lavoro per infermieri, medici e farmacisti per ciascun paziente, tempo che può essere dedicato all’ottimizzazione delle risorse. La breve permanenza in ospedale comporta minor impegno per il paziente e il suo accompagnatore. A questo si aggiunge la maggior compliance del paziente al trattamento».