La lenta marcia del Piano nazionale della cronicità

Scenari

La lenta marcia del Piano nazionale della cronicità

A oggi non sono mai state stanziate risorse destinate espressamente al Piano
redazione

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Sono quasi 24 milioni gli italiani che hanno una o più malattie croniche. Per occuparsi di loro Governo e Regioni hanno varato a fine 2016 un apposito Piano. Ma, secondo il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, l’attuazione va a rilento.

Sei, sette, dieci, zero: sono i quattro numeri cardine intorno ai quali ruota il Piano nazionale della cronicità definito da Governo e Regioni e varato sul finire del 2016.

Sei sono gli aspetti chiave del Piano: aderenza, appropriatezza, prevenzione, cure domiciliari, formazione/educazione/empowerment, conoscenza e competenza).

Sette gli aspetti “trasversali” dell’assistenza: disuguaglianze sociali, fragilità e vulnerabilità; diffusione delle competenze, formazione, sostegno alla ricerca; appropriatezza nell’uso delle terapie e delle tecnologie; sanità digitale; umanizzazione delle cure; ruolo delle associazioni di tutela delle persone con malattie croniche e delle loro famiglie; ruolo delle farmacie.

Dieci le malattie sulle quali si inizia a lavorare attraverso il Piano: malattie renali croniche e insufficienza renale; artrite reumatoide e artriti croniche in età evolutiva; rettocolite ulcerosa e malattia di Crohn; insufficienza cardiaca cronica; insufficienza cardiaca cronica; malattia di Parkinson e parkinsonismi; Bpco e insufficienza respiratoria cronica; insufficienza respiratoria cronica in età evolutiva; asma in età evolutiva; malattie endocrine croniche in età evolutiva; malattie renali croniche in età evolutiva).

Zero infine, neanche a dirlo, le risorse economiche espressamente stanziate per l'attuazione del Piano stesso.

Da queste cifre è partito il seminario che Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato ha promosso martedì 13 marzo a Roma per fare il punto su ciò che è stato fatto per tradurre il documento nella pratica.

I risultati non sono proprio confortanti.

Intanto,la Cabina di regia che ha il compito di guidare e monitorare l’attuazione del Piano si è insediata solo il 24 gennaio scorso, a oltre un anno dall'emanazione del documento. E poi soltanto cinque Regioni hanno recepito il Piano con un proprio atto formale: Umbria, Puglia, Lazio, Emilia Romagna e Marche. La Toscana sta lavorando a IDEA: Incontri Di Educazione all'Autogestione delle malattie croniche. Approvazione e destinazione risorse. Il Piemonte ha un iter approvativo ancora in corso. La Lombardia ha un suo Piano regionale accompagnato da successivi provvedimenti attuativi.

In breve: a fine 2017 risultavano definiti a livello regionale 116 Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (Pdta) per le patologie croniche ed erano stati attivati poco meno di 11,5 milioni di fascicoli sanitari elettronici (Fse); all'implementazione dei Fse stanno lavorando 16 Regioni oltre alla Provincia autonoma di Bolzano, ma solo 11 aderiscono all'interoperabilità.

Del finanziamento s'è detto. Tuttavia nelle premesse del Piano si sottolinea che è opportuno accedere ad altre fonti di finanziamento per la diffusione di strumenti e tecnologie ICT a supporto della cronicità: tra queste i circa 21 milioni dei fondi stanziati per il 2017-2023 per informatizzare il Ssn; il progetto, però, sembra non sia ancora partito.

Per quanto riguarda infine il coinvolgimento delle associazioni di tutela dei pazienti nelle Regioni, nonostante il Piano ne preveda un ruolo specifico e stabilisca che debbano esserci sedi e strumenti di confronto a livello nazionale, regionale e aziendale, dagli atti di recepimento regionali non risulta che questi strumenti e sedi siano previsti in maniera esplicita.

A distanza di un anno e mezzo dall’approvazione del Piano «è preoccupante che siano solo cinque le Regioni ad averlo recepito formalmente» commenta Tonino Aceti, coordinatore del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici di Cittadinanzattiva. Perciò «chiediamo al ministero della Salute che il recepimento e l’attuazione del Piano da parte delle Regioni sia riconosciuto come vero e proprio “adempimento Lea” oggetto di verifica da parte del Comitato nazionale – prosegue Aceti - e come indicatore da introdurre e verificare nel nuovo Sistema nazionale di garanzia dei Lea, ancora non attivo». Per il coordinatore del Tdm, inoltre, il coinvolgimento delle Associazioni di cittadini e pazienti nell’attuazione del Piano «non può essere considerata dalle Regioni “opzionale” o attivabile a “convenienza” come sta accadendo nei fatti, ma al contrario – conclude - rappresenta un elemento strutturale, di valore e qualità da garantire sempre in tutto il ciclo delle politiche sanitarie pubbliche».