Sanità, nuova normativa sugli orari di lavoro: evitato il collasso. Ma la situazione è al limite

L’indagine

Sanità, nuova normativa sugli orari di lavoro: evitato il collasso. Ma la situazione è al limite

Non c’è stato il temuto allungamento delle liste d’attesa, né il taglio alle prestazioni. La sanità italiana ha risposto rimboccandosi le maniche alla sfida lanciata dall’Ue: garantire gli stessi servizi, con la cronica carenza di personale e il nuovo orario di lavoro. Ma la situazione è al limite
redazione

Tempo di bilanci in sanità a un anno dall’introduzione della normativa europea che ha allungato i turni di riposo del personale. Quali sono stati gli effetti della legge 161 del 2014 sull’efficienza dei servizi? A questa domanda ha voluto rispondere l’indagine della Fiaso, condotta in collaborazione con il Cergas-Bocconi, interessata soprattutto a scoprire come se la sono cavata le aziende sanitarie di fronte alla nuova sfida: rispondere ai bisogni di assistenza dei cittadini con la solita cronica carenza di personale e i nuovi  orari di lavoro europei, tanto opportuni quanto rischiosi per il buon funzionamento del sistema. Ebbene, la sanità italiana è, tutto sommato, promossa anche se in molti casi con riserva. «Nonostante i blocchi delle assunzioni che si protraggono da anni e una popolazione sanitaria sempre più con i capelli grigi - si legge nel rapporto della Fiaso -  alla fine, rimboccandosi le maniche, il sistema ha retto all’impatto del nuovo orario di lavoro europeo. Che impone turni di riposo sacrosanti, ma fino a ieri giudicati poco compatibili con la cronica carenza di organici nella nostra sanità».

Il tanto temuto allungamento delle liste di attesa si è dimostrato preoccupante solo nel 2 per cento delle 55 aziende sanitarie di 13 Regioni prese in esame dall’indagine. Il problema è stato considerato trascurabile nel 40 per cento dei casi e inesistente in quasi il 6o per cento. Stesso discorso per le prestazioni sanitarie erogate da Asl e ospedali: nessun taglio nel 60 per cento delle strutture, mentre in poco meno del 40 per cento delle aziende la riduzione è stata trascurabile. Situazioni gravi si sono registrate solo nell’1 per cento dei casi. Inoltre nel 90 per cento delle strutture  non si è verificato nessun aumento delle assenze per malattia. 

Ma vediamo nel dettaglio i risultati dell’indagine. 

I problemi di interpretazione

Le principali novità introdotte dalla legge 161 sono sostanzialmente tre: la durata media dell’orario normale di lavoro non deve superare le 48 ore settimanali, straordinari compresi, ogni lavoratore ha diritto nel corso delle 24 ore a un periodo minimo di riposo di 11 ore, ogni sette giorni il lavoratore deve beneficiare di un periodo minimo di riposo ininterrotto di 24 ore, di regola la domenica.

I primi problemi di interpretazione hanno riguardato le attività da far rientrare meno nell’orario di lavoro. Ogni azienda ha fatto scelte diverse.  Quasi mai vi sono rientrate la libera professione e le attività occasionali, pur autorizzate. Quasi sempre è stata conteggiata la formazione obbligatoria, mentre altre attività formative sono state collocate extra orario in oltre il 50 per cento dei casi.

Le disposizioni sull’orario di lavoro non sono state applicate in circa il 70 per cento dei casi ai dirigenti di struttura complessa e nel 35 per cento per quel che riguarda i dirigenti di struttura semplice dipartimentale.

La nuova tabella di marcia

La normativa europea ha costretto le aziende a gettare via i vecchi piani di lavoro e rivoluzionare la turnistica, il timbratore, gli straordinari ed altro ancora. Circa un’Azienda su quattro ha sviluppato modelli innovativi di turnistica, soprattutto per il personale per infermieri, tecnici e amministrativi. Sempre un quarto delle aziende ha riorganizzato anche i turni della dirigenza, introducendo guardie interdivisionali, sostituendo i turni di pronta disponibilità con la presenza attiva o al contrario trasformando la disponibilità in presenza sul posto.
Più in generale il 42 per cento delle aziende ha riorganizzato il lavoro del personale del comparto, attraverso strumenti come “la riorganizzazione delle risorse umane su base dipartimentale” o la “revisione del piano di reperibilità”. Stessa cosa è accaduta nel 32 per cento dei casi per la dirigenza. Non sono mancate le assunzioni: il 20 per cento delle aziende è invece ricorsa all’assunzione tra i 10 e i 40 dipendenti a tempo indeterminato. Altrettante hanno assunto al massimo 40 dipendenti a tempo determinato.

Le criticità

Secondo il 55 per cento delle aziende, il riposo giornaliero di 11 ore introdotto dalla normativa europea è stato l’elemento più critico, mentre per il 16 per cento le maggiori difficoltà organizzative sono state provocate dalla giornata di riposo settimanale e per il 18 per cento dal limite orario delle 48 ore settimanali.

Nel 40 per cento dei casi è stata ridotta l’attività formativa (anche se nella gran parte dei casi in mondo trascurabile) e circa il 35 per cento dei dipendenti è stato costretto a procrastinare le ferie, mentre le riunioni di lavoro sono state ridotte nel 50 per cento dei casi.

A soffrire di più è stata l’area delle degenze, del comparto operatorio, dell’emergenza-urgenza, delle terapie intensive o sub intensive, dove nel complesso si sono riscontrate in quattro casi su cinque le criticità più significative.

«Nel complesso le aziende, grazie anche a un grande sforzo organizzativo e al sacrificio degli operatori, hanno assicurato la tenuta de sistema senza intaccare nella sostanza i servizi erogati. Questo a breve termine. Ma con le risorse attuali – commenta Ripa di Meana Presidente della Fiaso  nel medio periodo è ragionevole aspettarsi che le criticità emergano in tutta la loro portata. Desta infatti preoccupazione la riduzione delle attività formative, dei gruppi di lavoro, degli incontri di dipartimento e di servizio, nonché della promozione del benessere sul posto di lavoro dei dipendenti. In particolare quelli più anziani».

 

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