Trapianti: l’Italia ai primi posti in Europa ma serve un cambiamento culturale

Il bilancio

Trapianti: l’Italia ai primi posti in Europa ma serve un cambiamento culturale

Tempo di bilanci per il Centro Nazionale Trapianti. Il 2016 si chiude con molti dati positivi: sono aumentati i trapianti e le donazioni da vivente. Restano però due principali ostacoli: la disorganizzazione di alcune strutture e l’opposizione alla donazione di organi dopo la morte
redazione

Con 266 trapianti in più rispetto allo scorso anno, il 2016 si chiude confermando l’Italia ai primi posti in Europa per numero di trapianti. Erano 3.002 del 2015 sono diventati 3.268 nel 2016. Ma tra i dati diffusi dal Centro Nazionale Trapianti emerge anche un’altra notizia positiva: aumentano notevolmente le donazioni da vivente (20,4% in più rispetto al 2014): 301 sono state quelle di rene (+19,9% rispetto al 2014, +32,6% rispetto al 2013 e +56,8% rispetto al 2012) e 23 quelle di fegato (+27,8% rispetto al 2014). 

Numeri da record, di cui andare certamente fieri, che non invitano però a riposare sugli allori. Perché nel nostro Paese esistono ancora alcuni ostacoli che impediscono all’efficiente macchina dei trapianti di funzionare ancora meglio.  È quanto emerso dal convegno  “Il Centro Nazionale Trapianti e la gestione del processo di donazione e trapianto” (Roma, 19 dicembre).

I freni che rallentano il processo 

Il primo problema è di carattere organizzativo: non tutte le strutture ospedaliere sono pronte a far partire il processo di donazione sistematicamente alla morte di un paziente. «Ancora troppo spesso - dichiara Giuseppe Piccolo, coordinatore regionale Trapianti della Lombardia – si tratta di un’attività discrezionalmente aggiuntiva, di cui si fa carico il singolo operatore sanitario. L’obiettivo è quello di considerare la donazione di organi e tessuti come un’attività sanitaria di cui sono responsabili le direzioni degli ospedali, nel contesto di programma regionali e nazionali ben definiti. Solo così la donazione potrà affermarsi per quello che è, ossia il presidio clinico di prima scelta per i pazienti».

A questa difficoltà se ne aggiunge una seconda di carattere culturale. «I livelli di opposizione per la donazione da cadavere in Italia sono ancora troppo elevati - afferma Giuseppe Vanacore, presidente dell'Associazione nazionale dializzati e trapiantati (Aned) - siamo intorno a una media del 30-32 per cento, a dimostrazione del fatto che c’è ancora un grande gap culturale da colmare». 

Un percorso complesso

In cima alla classifica del 2016 ci sono i trapianti di rene, 1.700, seguiti da quelli di fegato (1.189),  di cuore (252), di polmone (137), di pancreas (71). 

«Con la nascita, nel novembre del 2013, del Centro Nazionale Trapianti Operativo (Cnto) siamo attivi ormai in tempo reale, lungo l’arco delle 24 ore, e riceviamo dalle Regioni le segnalazioni di tutti i donatori d’organo, esaminandone idoneità e rischio di trasmissione di malattie», spiega direttore del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa. «Seguiamo l’assegnazione di ciascun organo, sia che venga destinato a un programma nazionale, sia alle liste regionali, sino alla fase del trapianto. Anche i trasporti di organi, equipe e pazienti sono monitorati dal Cnto attraverso un collegamento costante con le Regioni». 

È un processo complesso che dura mediamente 10 ore, il tempo che passa dalla segnalazione di un donatore all’intervento chirurgico per il trapianto, e che coinvolge più di 100 persone appartenenti a diverse strutture e livelli del sistema sanitario e spesso dislocate in varie regioni del territorio italiano. 

La vita dopo il trapianto

Non c’è confronto che regga: il trapianto è la miglior cura per l’insufficienza terminale d’organo. «Rispetto alle terapie alternative e al supporto artificiale, non solo rappresenta un vero e proprio salvavita, come nel caso del trapianto di cuore o del trapianto di fegato nell’epatite fulminante, ma determina anche una migliore sopravvivenza del paziente: nel caso del trapianto di fegato, si rileva una sopravvivenza dell’86 per cento a un anno dall’intervento», dice Andrea De Gasperi, direttore del Dipartimento Niguarda Transplant Center. «Nel trapianto di rene, la percentuale di sopravvivenza a un anno è del 97,2 per cento. Il trapianto di rene permette, inoltre, una sopravvivenza dei pazienti molto superiore a quella attesa in un paziente in dialisi: dopo il trapianto, il rischio di decesso è di oltre il 70 per cento inferiore, rispetto ai pazienti di pari età in dialisi». 

Grazie al trapianto sono in molti coloro che possono tornare a lavorare: il Centro Nazionale Trapianti stima che l’89,9 per cento dei pazienti italiani sottoposti a trapianto di cuore, l’78 per cento dei trapiantati di fegato e l’89 per cento dei trapiantati di rene, svolge un’attività professionale o è nelle condizioni di farlo. 

La sostenibilità del trapianto

In Italia non sono ancora stati realizzati studi per valutare il rapporto tra costi e benefici dei trapianti. Ma i dati di un’indagine inglese che ha messo a confronto i costi del trapianto di rene e della dialisi sono eloquenti: a 20 anni dal trapianto, il costo sostenuto per l’intervento e per le terapie immunosoppressive viene ripagato 3 volte dal costo sostenuto per mantenere un paziente in dialisi per lo stesso periodo di tempo. Il costo di una persona che resta in dialisi cinque anni infatti è di 170.000 euro, valore che sale a 682.298 euro dopo 20 anni. Con il trapianto invece, si sostiene un costo di 78 mila euro a 5 anni, che dopo 20 raggiunge quota 206.000, quindi meno di un terzo del costo per la dialisi.

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