L’allarme dell’Oms. Non dimentichiamoci della sepsi: uccide 11 milioni di persone all’anno

Il rapporto

L’allarme dell’Oms. Non dimentichiamoci della sepsi: uccide 11 milioni di persone all’anno

Il primo rapporto sull’impatto globale della sepsi denuncia innanzitutto una mancanza di dati. Gli esperti dell’Oms richiedono a tutti i Paesi del mondo maggiori sforzi per il monitoraggio e la prevenzione delle infezioni. Con le giuste misure si potrebbe prevenire l’85% delle morti neoanatali

Doctors with woman @World Health Organization : Global Report on the epidemiology and burden of sepsis.jpg

Immagine: ©World Health Organization / Global Report on the epidemiology and burden of sepsis
di redazione

Prevenirla, diagnosticarla precocemente e curarla in tempo. Vale per ogni malattia e vale a maggior ragione per una sindrome che ogni anno uccide nel mondo 11 milioni di individui, per lo più bambini, e che è responsabile del 20 per cento di tutti i decessi. Ci riferiamo alla sepsi, la sproporzionata risposta infiammatoria dell’organismo a un’infezione che può arrivare a compromettere la funzionalità di organi e tessuti con conseguenze a lungo termine e potenzialmente mortali. Ultimamente se ne è sentito parlare molto perché lo shock settico è tra le complicanze possibili delle forme più gravi di Covid-19. Ma la sepsi non è un’emergenza di oggi: secondo le stime degli epidemiologi nel 2017 ha colpito 49 milioni di persone nel mondo. Un dato preoccupante, probabilmente anche sottostimato, che induce gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermare che «la sepsi è innegabilmente una grave minaccia per la salute in tutto il mondo». La citazione è tratta dal primo rapporto dell’Oms sulla sepsi intitolato “Global Report on the epidemiology and burden of sepsis” che fotografa la situazione attuale mettendo in luce le principali criticità e individuando gli interventi necessari per superarle. 

Mancano i dati

Il primo neo che salta agli occhi degli esperti è la mancanza di uniformità nella definizione, nei criteri di diagnosi e di dimissioni. Il che rende difficile calcolare l’effettivo impatto della sepsi sulla salute globale. Le stime attuali per lo più si basano su dati ospedalieri di Paesi ricchi. È altamente probabile, quindi, che molti casi che si verificano nei Paesi a basso o medio reddito restino fuori dallo scenario. 

Per affrontare questa minaccia globale alla salute bisogna quindi innanzitutto potenziare il monitoraggio: raccogliere dati per poter agire con cognizione di causa. 

«Tutti i Paesi del mondo devono intensificare con urgenza gli sforzi per migliorare i dati sulla sepsi in modo che possano rilevare e trattare in tempo questa terribile condizione.  Ciò significa rafforzare i sistemi di informazione sanitaria e garantire l'accesso a strumenti diagnostici rapidi e a cure di qualità, inclusi farmaci e vaccini sicuri e convenienti», ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'OMS. 

Le categorie a rischio

Il secondo passo è concentrare l’attenzione sulle categorie a rischio: neonati, donne in gravidanza e persone che vivono in Paesi dall’assistenza sanitaria precaria. Circa l’85 per cento dei casi di sepsi colpisce persone che appartengono a queste categorie. 

La metà dei 49 milioni di casi stimati ogni anno riguarda bambini, 2,9 milioni dei quali muoiono soprattutto per complicanze dovute a infezioni respiratorie o intestinali. 

Le infezioni causate da un parto cesareo o da un aborto sono la terza causa più comune di mortalità materna. Ogni mille donne che partoriscono, 11 sviluppano un’infezione che può danneggiare gli organi in maniera irreversibile e portare anche alla morte. 

Il rapporto poi dedica un focus ai molti casi di sepsi ospedaliera. Si stima che circa la metà dei pazienti con sepsi nelle unità di terapia intensiva abbiano contratto l’infezione nella struttura dove sono stati ricoverati. I casi nosocomiali sono spesso letali: il 27 per cento delle persone con sepsi negli ospedali e il 42 per cento delle persone con sepsi nelle terapie intensive non sopravvive alla complicanza dell’infezione. La gravità dei casi ospedalieri, spiegano gli autori del rapporto, dipende in gran parte dal problema dell’antibiotico resistenza. Le infezioni contratte nelle strutture sanitarie sono spesso difficili da curare perché i batteri che le originano non rispondo ai trattamenti. Così un’infezione fuori controllo degenera nella sepsi. 

Gli interventi necessari

Prevenire la sepsi significa, ovviamente, prevenire le infezioni che possono causarla. Ecco perché l’Oms punta su una serie di interventi che rientrano nelle tipiche azioni di prevenzione delle malattie infettive: migliorare i servizi igienico-sanitari, migliorare la qualità e la disponibilità dell’acqua, garantire la possibilità di un'adeguata igiene delle mani. 

Tutto ciò deve andare di pari passo con diagnosi precoci, gestione clinica appropriata e accesso a farmaci e vaccini sicuri e convenienti. Mettendo insieme tutti questi interventi si potrebbero  prevenire fino all’84 per cento delle morti neonatali dovute a sepsi.