Anno 2016: sarà il tramonto dell’epatite C?

Buoni auspici

Anno 2016: sarà il tramonto dell’epatite C?

Abbiamo scoperto il virus meno di 30 anni fa. Siamo passati attraverso terapie di media efficacia e molto pesanti. E ora, finalmente, vediamo il traguardo dell’eradicazione

di redazione

Ci siamo accorti che esisteva poco più di 25 anni fa, nel 1989. 

Poi, per l’epatite C, c’è stato un lungo trentennio la terapia aveva un solo elemento imprescindibile: l’interferone. Prima insieme alla ribavirina: guariva circa il 40 per cento dei pazienti dopo circa un anno di trattamento. Nel 2011 ad affiancare l’interferone vennero gli inibitori della proteasi di I generazione (boceprevir e telaprevir): i tassi di guarigione salirono fino a circa il 70 per cento. 

Stime che tuttavia non tengono in conto di un aspetto determinante: la quota di pazienti che riusciva a completare il ciclo di trattamento.

L’interferone, se da una parte ha rappresentato la svolta nella cura dell’epatite C, dall’altra è dei trattamenti più pesanti e impegnativi.

Richiede una stretta osservanza dei modi e tempi di somministrazione (non si possono saltare dosi, l’iniezione deve essere fatta sempre alla stessa ora dello stesso giorno della settimana), ma soprattutto ha numerosi effetti collaterali: causa una sindrome similinfluenzale (febbre, dolori muscolari ed ossei, debolezza, mal di testa, ecc.) che si può protrarre per mesi, perdita di peso, riduzione dell’appetito, cambiamenti dell’umore, perdita di capelli, riduzione del desiderio sessuale, dolore o rossore al sito di iniezione. Può indurre una riduzione dei livelli di globuli bianchi  e piastrine. Tutto ciò spesso spinge i pazienti a interrompere (o a non osservare in maniera puntuale) il trattamento.

Quasi due anni fa è arrivata la svolta con l’introduzione dei nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAAs), farmaci non solo più efficaci (i tassi di guarigione sono prossimi al 100 per cento), ma che consentono cicli di trattamento più brevi e con minori effetti collaterali.

«I grandi progressi della terapia anti-HCV, con lo sviluppo di regimi basati su combinazioni di farmaci ad azione diretta, somministrabili esclusivamente per via orale, che non necessitano di interferone e spesso anche di ribavirina, sicuri e ben tollerati, efficaci anche nei pazienti “difficili” con cirrosi, in grado di “eradicare” il virus nel 90-100% dei casi in tempi brevi (8-12 settimane), non soltanto sono risolutivi e in grado di cambiare la storia naturale della malattia di tanti pazienti ma, in prospettiva, potrebbero modificare l’epidemiologia globale di questa infezione», ha detto il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi durante il corso di formazione professionale “Epatite C. Il ruolo di informazione e comunicazione tra progressi della ricerca e vissuto dei pazienti” promosso dal Master di I livello ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’ (SGP) della Sapienza Università di Roma e realizzato grazie al supporto incondizionato di MSD Italia.

Un esempio lo fornisce Massimo Colombo, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano: «La disponibilità dei nuovi regimi orali anti-HCV ha triplicato l’accesso alle cure dei pazienti ultrasettantenni e con cirrosi, raggiungendo alcune categorie, come i pazienti con severa insufficienza epatica, scompensati e con trapianto d’organo, in precedenza controindicate ai trattamenti a base di interferone». 

Un gruppo per cui fino a ieri non esisteva alcuna possibilità di trattamento e che oggi ha concrete probabilità di guarigione.

Così sta cambiando lo scenario dell’epatite C, una malattia che in tutto il mondo colpisce 160 milioni di persone (quattro volte più delle persone con HIV), di cui 1,5 milioni in Italia. «E in questo scenario il controllo globale non è più una chimera. Con l’evoluzione delle terapie il virus potrà essere eradicato e la trasmissione potrà essere controllata», ha detto  Savino Bruno, professore straordinario di Medicina Interna della Humanitas University of Medicine, Rozzano (Milano).

Il 2016 potrebbe essere l’anno decisivo, con l’introduzione di nuovi regimi terapeutici ancora più semplici, di minore durata, in grado di ottenere una risposta virologica sostenuta in appena 12 settimane di trattamento anche su pazienti difficili da trattare con gran parte delle opzioni terapeutiche disponibili, come quelli con cirrosi, co-infezione HIV-HCV, insufficienza renale avanzata e precedenti fallimenti terapeutici.

«Il virus HCV è sotto attacco, ma non sconfitto. L’obiettivo futuro è quello di poter disporre di farmaci anti-HCV sempre migliori dal punto di vista del profilo di tollerabilità, efficacia e sicurezza, con scarse interazioni farmacologiche, in grado di poter trattare i pazienti complessi ottenendo alti tassi di guarigione. Questo obiettivo sembra raggiungibile nel prossimo futuro con la nuova ondata di farmaci in arrivo e con un approccio meno schematico ai bisogni di ciascun paziente», ha precisato Federico Perno, professore di Virologia all’Università di Tor Vergata di Roma.

«La nostra azienda vanta una storia di oltre 30 anni nell’area dell’epatite C. Nei nostri laboratori sono state scoperte molecole che costituiscono vere e proprie pietre miliari, che hanno cambiato l’approccio alla patologia e, soprattutto, hanno profondamente migliorato l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti», ha concluso presidente e amministratore delegato di MSD Italia Nicoletta Luppi. «Un impegno, il nostro, che continua ogni giorno per rendere disponibili opzioni terapeutiche con una eccellente e nuova efficacia e un elevato profilo di tollerabilità a popolazioni di pazienti sempre più ampie, contribuendo, così, al raggiungimento di uno dei più importanti obiettivi di salute pubblica: l’eradicazione del virus».