Antonio Ligabue: quando la malattia mentale incontra l’arte

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Antonio Ligabue: quando la malattia mentale incontra l’arte

Il male di vivere di Antonio Ligabue si riflette nei suoi quadri ed è il protagonista della sua arte
Paolo Gangemi

Per il musicologo Alfred Einstein è una disgrazia il fatto che conosciamo tanti particolari della vita degli artisti, perché oscurano o almeno falsano la percezione delle loro opere. Questa affermazione però difficilmente si può applicare al caso di Antonio Ligabue, pittore dallo stile difficilmente classificabile che nelle sue opere – esposte a Roma in una mostra al Vittoriano fino al 29 gennaio – esprime in modo immediato il suo tormentato mondo interiore.

Alfred Einstein si riferiva alle lettere scritte da Beethoven nei momenti di disperazione, che hanno alimentato una fastidiosa retorica sulla sua musica. In altri casi però certi elementi biografici di un artista non solo non tolgono nulla alla comprensione della sua cifra stilistica da parte del pubblico, ma anzi la arricchiscono di una chiave di lettura insostituibile.

Antonio Ligabue non ha avuto una vita facile. Nato a Zurigo nel 1899 da padre ignoto, aveva un rapporto conflittuale con il patrigno che lo aveva adottato, e a 14 anni perse in modo tragico la madre e tre fratelli. Buona parte della sua vita è passata da un ospedale psichiatrico all’altro, fra Svizzera e Italia. E quando era libero, dormiva spesso nelle cascine dalla Bassa Padana, senza fissa dimora e senza un vero e proprio lavoro. Nel dialetto reggiano era soprannominato “Al Matt”.

Il suo unico riscatto era dipingere, un’arte che aveva imparato quasi esclusivamente da autodidatta: era il solo modo che aveva per comunicare le sue emozioni più profonde al resto del mondo. Il suo drammatico vissuto interiore, unito all’ingenuità di un pittore tagliato fuori da tutti i movimenti artistici dell’epoca e del passato, ha dato vita a uno stile unico e inconfondibile, in cui convivono aspetti apparentemente inconciliabili come l’esasperazione visionaria e il decorativismo manierista.

La critica, che lo ha spesso catalogato come pittore “naif” o viceversa ha sottolineato i lati espressionisti del suo stile, ha senz’altro colto aspetti rilevanti della sua opera. Ma se non si tiene presente il suo profondo male di vivere non ci si può emozionare veramente davanti ai quadri appartenenti ai due filoni principali della sua produzione: gli animali e gli autoritratti.

Le tigri, i leopardi, i serpenti di Ligabue sono caratterizzati da una potenza muscolare sempre tesa: una violenza che rispecchia la condizione psicologica dell’autore. Allo stesso tempo, i soggetti animali sono rappresentati nell’atto di cacciare, catturare, divorare altri animali: le fauci spalancate dei predatori si alternano a quelle, ancora più impressionanti, delle prede che gridano il loro dolore. Viene da pensare alla pittura come a un modo di urlare un dolore altrimenti inghiottito in silenzio. Per non parlare degli autoritratti, espressionistici nello spirito se non nello stile, in cui non traspare una dolorosa rassegnazione ma piuttosto un’angoscia esistenziale estrema, descritta con mezzi semplici e diretti: “naif” forse, ma solo nel senso di immediatezza espressiva.

Ora, non bisogna cadere nell’estremo opposto, quello di voler leggere ogni quadro come una sorta di cartella clinica del paziente Antonio Ligabue: è questo il tipo di interpretazione che farebbe venire voglia di ignorare i dati biografici. Anche perché i sintomi della sua malattia non erano chiari alla medicina dell’epoca, e ancora oggi sarebbe difficile ricostruire un quadro clinico ben definito, in base alle testimonianze e ai documenti. Ma lo spirito profondo di un quadro di Ligabue, la sua intensità espressiva, la forza con cui cattura lo sguardo del visitatore, sarebbero incompleti, monchi, se non li si pensasse – anche, o forse soprattutto – come espressioni della sua malattia mentale.