Le campagne vaccinali contro Covid stanno funzionando? I primi dati di Israele dicono “Sì, ma…”

Una prima valutazione

Le campagne vaccinali contro Covid stanno funzionando? I primi dati di Israele dicono “Sì, ma…”

Israele fornisce i primi dati sugli effetti della campagna vaccinale. Con la prima dose le infezioni calano del 33%. Un risultato inferiore a quello dei trial clinici (52%). Ma la differenza può dipendere da vari fattori. Non ultimo: il mondo reale non è lo specchio di quello sperimentale

di redazione

Tutti gli occhi sono puntati su Israele. Da lì arrivano i primi dati sugli effetti della campagna di vaccinazione contro Covid-19. Il vaccino di Pfizer-BioNTech somministrato nel Paese mediorentale  oramai a più di due milioni di persone, pari a un quarto della popolazione, sta funzionando? La risposta breve è sì a cui però vanno aggiunti alcuni “ma”. 

Il primo rapporto sull’impatto delle vaccinazioni in Israele, dove più di 500mila persone hanno già ricevuto le due dosi previste dal programma vaccinale e il 75 per cento degli anziani ha avuto la prima, è stato diffuso nei giorni scorsi dal Clalit Research Institute, il principale istituto di ricerca del Paese sui temi di salute. I ricercatori hanno confrontato il numero di infezioni tra 200mila persone over 60 che avevano ricevuto una dose del vaccino e 200mila persone della stessa età che non erano state vaccinate. Dopo 14 giorni dalla vaccinazione si è osservata una riduzione del 33 per cento del tasso dei positivi nel gruppo dei vaccinati. Gli autori dello studio parlano di una “riduzione significativa”, ma nella comunità scientifica internazionale c’è chi ha fatto fatica a considerarla una buona notizia. Le previsioni dei trial clinici infatti erano più ottimiste: durante la sperimentazione il vaccino aveva dimostrato di poter ridurre del 52 per cento le infezioni dopo la prima dose. In parte c’era da aspettarselo: il “real world” non è quasi mai la copia fedele dello scenario che fa da sfondo ai trial clinici. Nel mondo reale intervengono un’infinità di variabili ed è impossibile prevederle tutte nella fase di sperimentazione.

Ma ci sono anche altri aspetti che potrebbe spiegare in questo caso la differenza tra i dati reali e quelli sperimentali. 

Gli scienziati del Clalit Research Institute ci tengono a sottolineare che la loro indagine si è svolta su un campione di persone ultrasessantenni mentre nella sperimentazione erano incluse persone anche più giovani. 

Bisogna anche specificare che nello studio israeliano si è scelto di individuare il numero dei positivi e non delle persone sintomatiche. Può darsi quindi che la percentuale delle persone con sintomi della malattia dopo la prima dose del vaccino sia più bassa di quella dei positivi e in linea con i risultati della sperimentazione. 

È probabile che quel mezzo milione di israeliani che ha già ricevuto due dosi del vaccino fornirà i primi dati completi sugli effetti diretti del vaccino. Ma ci vorrà molto tempo prima di poter conoscere l’impatto indiretto della campagna di immunizzazione sulla popolazione generale, ossia di scoprire quanto il vaccino riesca a ostacolare la diffusione del virus anche tra chi non è stato vaccinato. Israele sarà probabilmente ancora una volta il primo Paese a fornire questa informazione visto che prima dell’estate potrebbe aver raggiunto una copertura totale. 

Le prime prove tangibili degli effetti della campagna vaccinale andranno cercate nelle terapie intensive e negli ospedali. 

Quasi ovunque nel mondo (a eccezione dell’Indonesia che ha scelto di vaccinare prima i giovani) le persone anziane, quelle con maggiori probabilità di essere ricoverate, sono le prime a essere vaccinate. Dopo il vaccino ci si aspetta un consistente calo dei pazienti nei reparti Covid. Se questo accadrà vorrà dire che il vaccino starà mantenendo le promesse.