Colpa del clima. L’allergia al polline arriva prima e ogni anno è più fastidiosa

Effetti collaterali

Colpa del clima. L’allergia al polline arriva prima e ogni anno è più fastidiosa

Il polline resta nell’aria 20 giorni in più e in quantità maggiori rispetto a 30 anni fa. La responsabilità è del cambiamento climatico che modifica l’orologio interno delle piante inducendole ad anticipare la produzione del polline

di redazione

Tre settimane in più di starnuti, prurito, mal di testa, occhi lacrimanti. È il “regalo” che il cambiamento climatico riserva a tutti gli allergici al polline. Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences infatti negli ultimi anni rispetto al 1990 la stagione dei pollini si è allungata di 20 giorni e la quantità di polline in circolo nell’aria è aumentata del 21 per cento. Il che si traduce in un prolungamento e aggravamento dei sintomi con un impatto sui sistemi sanitari oltre che sulla qualità di vita delle persone.

Non è la prima volta che l’innalzamento delle temperature viene associato a una maggiore diffusione del polline nell’aria. Ma gli studi che avevano dimostrato questo legame erano per lo più esperimenti condotti in laboratorio o indagini su piccola scala. Finora non era mai stato monitorato l’andamento del polline su scala continentale e non era neanche mai stato quantificato il probabile contributo del cambiamento climatico.

Il nuovo studio colma queste lacune come spiegano gli stessi autori: «Un certo numero di studi su piccola scala, di solito in ambienti in serra su piccole piante, aveva indicato forti legami tra temperatura e polline. Questo studio rivela questa associazione su scala continentale e collega esplicitamente l’andamento del polline al cambiamento climatico causato dall’essere umano». 

I ricercatori hanno raccolto i dati sul polline provenienti da 60 stazioni di monitoraggio aerobiologico degli Stati Uniti e del Canada tra il 1990 e il 2018. Dall’analisi è emerso che la quantità di polline è aumentata del 21 per cento nel periodo di osservazione e che il maggior incremento è stato registrato in Texas. Ultimamente le stagioni dei pollini iniziano 20 giorni prima rispetto al 1990 e questo anticipo sembra strettamente legato al cambiamento climatico: il riscaldamento globale modifica l’orologio interno delle piante inducendole a produrre il polline prima rispetto al solito.

Ma si può affermare con certezza che la variazione della durata della stagione dei pollini dipenda dal cambiamento climatico? I ricercatori hanno cercato di rispondere alla domanda stimando l’andamento del polline in circa due dozzine di scenari climatici differenti. I risultati hanno mostrato che il cambiamento climatico da solo potrebbe contribuire per circa il 50 per cento all’allungamento della stagione dei pollini e per circa l'8% all’aumento della quantità di polline. Dividendo gli anni di studio in due periodi, 1990-2003 e 2003-2018, gli scienziati hanno scoperto che il contributo del cambiamento climatico all'aumento della quantità di polline sta progressivamente aumentando.Di questo passo in futuro si potrebbe immaginare alle nostri latitudini di iniziare a starnutire a gennaio per finire a giugno. 

Il cambiamento climatico non è qualcosa di lontano e futuro, ricordano i ricercatori. È già qui e si manifesta in ogni starnuto primaverile che arriva ancora prima dell’inizio ufficiale della primavera.