Coronavirus. Cercare l’immunità di gregge è «un errore pericoloso non supportato da prove scientifiche»

Il memorandum

Coronavirus. Cercare l’immunità di gregge è «un errore pericoloso non supportato da prove scientifiche»

Un “memorandum” lanciato su Lancet e che è già stato sottoscritto da oltre 2.000 scienziati, ricercatori e professionisti della salute chiarisce perché la ricerca dell’immunità di gregge non possa essere una strategia perseguibile per uscire dalla pandemia

Nurses_on_the_frontlines_against_COVID-19.jpg

Immagine: Anna.psiaki, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Oggi, più che mai, con la ripresa del numero di contagi che si muove quasi in maniera esponenziale, è essenziale mettere dei punti fermi. 

Ed è quello che ha fatto nei giorni scorsi sulla rivista The Lancet un gruppo di medici e ricercatori a riguardo della possibilità che una possibile strategia di uscita dalla pandemia da SARS-CoV2 possa essere la ricerca dell’acquisizione dell’immunità di gregge da parte della popolazione. 

Quello di immunità di gregge è un concetto molto intuitivo: in una popolazione, la facilità di trasmissione di un agente patogeno dipende dalla quantità di persone suscettibili all’infezione. Dal momento che il virus non ha gambe proprie, ha bisogno di un ospite per moltiplicarsi e passare da una persona all’altra. Privarlo di questi ospiti, impedisce al virus di circolare e poi di spegnersi. Non è necessario che tutti siano immuni: basta ridurre in maniera consistente il numero di persone suscettibili per ottenere l’immunità di gregge. Quanto consistente dipende da molti fattori e cambia da agente ad agente: per il morbillo serve che il 92-95% non sia suscettibile all’infezione, per il vaiolo o la polio siamo intorno all’85% e così via. 

Ecco, pensare di poter perseguire questo approccio oggi, con il virus responsabile di Covid-19, «è un errore pericoloso e non supportato da prove scientifiche», scrivono i firmatari dell’appello ribattezzato John Snow Memorandum, che online ha già raccolto più di 2.000 sottoscrizioni di scienziati, ricercatori e professionisti della salute (tra gli italiani ci sono, tra gli altri, Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell’Oms e consulente del ministro della Salute e Carlo Signorelli past-president della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica).

Gli esperti passano quindi a elencare le ragioni per cui «qualsiasi strategia di gestione della pandemia basata sulla ricerca dell’immunità attraverso l’infezione naturale per COVID-19 è sbagliata». 

Innanzitutto, non è detto che esporre le persone meno a rischio limiti l’infezione a quel gruppo e, se anche così fosse, ciò non sarebbe senza conseguenze : «La trasmissione incontrollata nei giovani rischia aumentare significativamente la morbilità e mortalità in tutta la popolazione. Oltre al costo umano, ciò avrebbe un impatto sulla forza lavoro nel suo complesso e sopraffarebbe la capacità dei sistemi sanitari di fornire cure per l’emergenza e di routine». 

Il secondo aspetto cruciale è la durata dell’immunità nelle persone che hanno contratto l’infezione. «Non ci sono prove di un’immunità protettiva duratura a SARS-CoV-2 a seguito dell’infezione naturale mentre la trasmissione endemica che sarebbe la conseguenza del calo dell’immunità rappresenterebbe un rischio per le popolazioni più vulnerabili per un futuro indefinito. Una tale strategia non porrebbe fine alla pandemia COVID-19, ma si tradurrebbe in epidemie ricorrenti, come avvenuto con numerose malattie infettive prima dell’avvento delle vaccinazioni». 

Se ciò si avverasse, continuano, «sarebbe anche un carico inaccettabile per l’economia e gli operatori sanitari». 

C’è poi l’aspetto degli strascichi a lungo termine della malattia, quello che viene definito long-COVID: quanti ne sarebbero vittime? «Definire chi è vulnerabile è complesso, ma anche se consideriamo quelli a rischio di malattia grave, la percentuale di persone vulnerabili costituisce fino al 30% della popolazione in alcuni regioni».

Ancora: «L’isolamento prolungato di ampie fasce della popolazione è praticamente impossibile e altamente immorale», mentre «l’evidenza empirica di molti paesi mostra che non è fattibile limitare i focolai incontrollati a particolari settori della società». Infine, «un simile approccio rischia inoltre di esacerbare ulteriormente le disuguaglianze socioeconomiche e le discriminazioni strutturali già messe a nudo dalla pandemia».