Covid-19: no, la terza dose di vaccino per tutti (per ora) non è necessaria

Il parere

Covid-19: no, la terza dose di vaccino per tutti (per ora) non è necessaria

La dose “booster” non assicura benefici tanto superiori a quelli garantiti dai vaccini attuali. La protezione offerta dalle due dosi continua a funzionare e potrebbe durare anche più del previsto. E poi contro eventuali future varianti più temibili sarebbe meglio sviluppare un nuovo vaccino ad hoc

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Immagine: Administración del Principado de Asturias, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons
di redazione

Ci può essere “due senza tre”. Anzi, dati alla mano, la terza dose del vaccino non solo non è necessaria ma potrebbe anche essere controproducente da un punto di vista di “immagine” dei vaccini. 

Lo spiegano molto bene su Lancet alcuni esperti di vaccini e campagne vaccinali (tra cui ricercatori dell’Oms e dell’FDA). L’invito è quello di soppesare attentamente i rischi e i benefici di una dose “booster” di massa per prendere decisioni guidate da ragioni scientifiche e non politiche. 

Partiamo dai benefici. È davvero accertato che la terza dose sia necessaria per tutti, ossia aggiunga benefici tangibili rispetto a quelli assicurati dalla attuale modalità di di vaccinazione (doppia dose o dosi unica a seconda del vaccino)? Dopo aver passato in rassegna gli studi disponibili, gli scienziati sono arrivati alla conclusione che la terza dose o la dose “booster” del vaccino anti Covid-19 non sia necessaria per la popolazione generale. 

Non lo è semplicemente perché gli attuali vaccini continuano a fare bene il loro dovere che è soprattutto quello di proteggere dalla malattia grave. E lo fanno nonostante le varianti. 

Nel caso della variante delta, per esempio, la vaccinazione (di qualunque tipo) protegge al 95 per cento dalle forme gravi. Lo stesso vale per la variante alfa. La doppia dose dei vaccini o la dose unica di Johnson&Johnson hanno un’efficacia dell’80 per cento nell’impedire l’infezione. Sono valori rassicuranti che non giustificano il ricorso alla terza dose nella popolazione generale. 

La vaccinazione “booster” potrebbe essere indicata, semmai, per alcune categorie di persone che non hanno ottenuto la protezione ottimale dall’immunizzazione con le dosi standard. È il caso dei pazienti immunocompromessi. Ma anche per loro, gli scienziati non se la sentono di sostenere la necessità della terza dose a spada tratta: non è detto infatti che il richiamo riesca indurre una risposta immunitaria superiore a quella offerta dalla precedente vaccinazione. 

C’è però il sospetto fondato che il livello degli anticorpi scenda nel tempo. Come la mettiamo allora? Non è detto, spiegano i ricercatori, che tutta la protezione proveniente dai vaccini dipenda dagli anticorpi. La riduzione degli anticorpi non comporta necessariamente una riduzione dell’efficacia dei vaccini contro la malattia grave, che è, va ribadito, l’obiettivo principale della campagna vaccinale. La protezione contro le forme acute potrebbe infatti dipendere non solo dalle risposte anticorpali ma anche dalle risposte della memoria e dall'immunità cellulo-mediata, che sono generalmente di più lunga durata. E tutto lascia pensare, spiegano gli esperti, che le varianti attualmente in circolazione non arrivino a compromettere la memoria immunitaria. Il sistema immunitario, anche senza l’aiuto degli anticorpi neutralizzanti, riesce in sostanza a “ricordare” gli ospiti sgraditi e a lasciarli sulla soglia di ingresso. 

L’altra obiezione arriva dal problema delle varianti. Con la terza dose si sta più sicuri? Non è detto, rispondo gli scienziati. Contro le future eventuali varianti capaci di eludere i vaccini funzionerebbe meglio un vaccino specifico aggiornato ad hoc per affrontare la nuova minaccia, piuttosto che un richiamo con i vaccini attuali.

Infine c’è il capitolo dei rischi. Uno dei principali è quello di alimentare la sfiducia nei vaccini. Cosa accadrebbe se una terza dose non necessaria ma somministrata a tappeto provocasse effetti collaterali imprevisti (non necessariamente gravi, ma comunque evitabili)? A quel punto sarebbe difficile rimediare al danno di immagine dei vaccini con un impatto inevitabile sui tassi di vaccinazione. 

«Il messaggio che il potenziamento potrebbe presto essere necessario, se non giustificato da dati e analisi robusti, potrebbe influire negativamente sulla fiducia nei vaccini e minare la comunicazione sul valore della vaccinazione primaria. Pertanto, qualsiasi decisione sulla necessità del richiamo o sulla tempistica dovrebbe essere basata su attente analisi di dati clinici o epidemiologici adeguatamente controllati, o entrambi, indicanti una riduzione persistente e significativa della malattia grave, con una valutazione rischio-beneficio che consideri il numero di casi gravi che il booster dovrebbe prevenire, insieme a prove sulla sicurezza e l’efficacia contro le varianti attualmente in circolazione», scrivono gli scienziati. 

In conclusione: sarebbe molto più utile destinare le scorte dei vaccini disponibili per vaccinare chi non è ancora vaccinato piuttosto che mettere in piedi una nuova vaccinazione di massa con la terza dose. 

«Presi nel loro insieme, gli studi attualmente disponibili non forniscono prove evidenti di un sostanziale declino della protezione contro le malattie gravi, che è l'obiettivo primario della vaccinazione. La fornitura limitata di questi vaccini salverà la maggior parte delle vite se messa a disposizione di persone che sono a rischio di malattie gravi e non hanno ancora ricevuto alcun vaccino. Anche se alla fine si può ottenere un certo beneficio dal richiamo, questo non supererà i vantaggi di fornire una protezione iniziale ai non vaccinati. Se i vaccini venissero distribuiti dove sarebbe più opportuno, potrebbero accelerare la fine della pandemia bloccando l'ulteriore evoluzione delle varianti» afferma Ana-Maria Henao-Restrepo dell'OMS autore principale dello studio.