Covid-19. Pochi contagi nelle scuole inglesi, ma la realtà è più complessa di quanto sembri

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Covid-19. Pochi contagi nelle scuole inglesi, ma la realtà è più complessa di quanto sembri

I dati dei contagi nelle scuole inglesi appena dopo la riapertura sembrano rassicuranti. Ma a quell’epoca il virus era poco diffuso in tutto il Paese, le classi non erano piene e i contatti tra gli alunni erano limitati all’interno delle bubble. Condizioni non facilmente ripetibili

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Immagine: www.vperemen.com, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

È stato appena pubblicato uno studio su Lancet Infectious Diseases che valuta l’impatto della riapertura delle scuole in Inghilterra sulla diffusione del virus Sars-Cov-2. Il risultato dell’indagine è paradossalmente l’aspetto meno rilevante della ricerca. Perché in sostanza dimostra, ma lo vedremo nel dettaglio più avanti, che il rischio di contagi nelle classi è strettamente correlato all’incidenza dell’epidemia nella comunità

Quel che invece colpisce è la prospettiva dalla quale i ricercatori interpretano il dato: i nostri risultati, dicono gli scienziati, sostengono quanto sia importante tenere sotto controllo la diffusione del virus nella comunità per proteggere l’ambiente scolastico e permettere alle scuole di restare aperte. È l’opposto di quanto generalmente viene proposto: chiudere le scuole per proteggere la comunità. La diversa visione delle priorità meritava di essere sottolineata. 

Veniamo ora allo studio e ai suoi risultati. L’indagine è stata condotta in Inghilterra tra il 1° giugno e il 17 luglio del 2020, il periodo di riapertura parziale delle scuole dopo il primo lockdown. Non tutti gli studenti erano rientrati in classe. Le lezioni in presenza erano previste per gli alunni della scuola materna e per quelli degli anni cruciali della scuola primaria e secondaria (il 1°,il 6°, il 10°e il 12°, con studenti rispettivamente di 4-5-6 anni, 10-11, 14-15 e 16-17). Inoltre, era stata consentita la presenza in classe, indipendentemente dall’età, a tutti i bambini i cui genitori lavoravano in settori chiave della società. Sul totale di 8,9 milioni di studenti normalmente ospitati nelle strutture scolastiche inglesi, solamente 1,6 milioni era tornato sui banchi nel periodo preso in esame. 

I ricercatori hanno esaminato l’andamento dei contagi in una ampia selezione delle scuole riaperte dopo la pausa estiva dell’half term break che comprendeva 38mila scuole dell’infanzia, 15.600 scuole primarie e 4mila scuole secondarie. 

Gli scienziati hanno trovato il modo di ricostruire dai registri sanitari inglesi i casi positivi (risultati da tampone molecolare) riscontrati tra il personale scolastico e gli alunni. I contagi sono stati classificati a seconda della tipologia come eventi singoli, casi co-primari (l’esempio tipico è quello di due fratelli infettati a distanza di 48 ore uno dall’altro), focolai (con più di due casi diagnosticati in un periodi di massimo 14 giorno all’interno della stessa struttura). Tutti i casi sono stati seguiti per 28 giorni anche oltre la chiusura delle scuole per la pausa estiva. 

Ebbene, le scuole inglesi non sono state prese d’assalto dal virus come si temeva. Anzi, di contagi se ne sono contati pochi:  tra il 1° giugno e il 17 luglio ci sono stati 113 casi singoli, 9 co-primari e 55 focolai. In quello stesso periodo in Inghilterra si sono registrati poco più di 17 mila casi.

Il tasso di infezioni è risultato più alto tra il personale scolastico che tra gli studenti  e gli alunni più contagiati sono stati quelli delle scuole materne, probabilmente per le difficoltà a mettere in atto misure preventive in bambini così piccoli. I tassi di infezione tra i membri dello staff sono stati 27 su 100mila al giorno rispetto ai 18 nei bambini dell’asilo, 6 negli studenti della scuola primaria e 6,8 negli studenti della scuola secondaria.

La trasmissione studente-studente si è dimostrata la meno frequente. Un bambino infetto raramente ne infetta altri, mentre se il virus colpisce un membro dello staff c’è un rischio maggiore che venga trasmesso ai  colleghi. Ai membri del personale viene attribuito infatti il 73 per cento dei casi legati a focolai mentre agli studenti il 27 per cento. 

Quel che succede nelle scuole però rispecchia quel che accade al di fuori. I ricercatori hanno osservato infatti una stretta associazione tra il tasso di contagi all’interno delle classi e l’incidenza di Covid-19 nel territorio. Il rischio di un focolaio a scuola aumenta del 72 per cento per ogni aumento di cinque casi ogni 100mila abitanti. «Le infezioni e le epidemie di SARS-CoV2 sono state rare nei contesti educativi dopo la riapertura durante il semestre estivo. La forte correlazione con i tassi di contagi nella comunità sottolinea anche l'importanza di controllare la trasmissione al di fuori dei cancelli scolastici per proteggere i contesti educativi», ha commentato Shamez Ladhani, tra gli autori dello studio. 

I numeri delle scuole inglesi fanno testo? Possono servire da guida per le scelte di altri Paesi? Probabilmente no perché sono il risultato di una serie di circostanze particolari che non si ritrovano in altri contesti. 

Innanzitutto, come gli stessi autori hanno sottolineato, il basso numero dei contagi nelle scuole della scorsa estate coincide con una bassa diffusione del virus in tutto il Paese. Inoltre le scuole hanno adottato una serie di rigide misure per il contenimento del contagio non facilmente replicabili. La strategia delle “bubble”, le bolle composte da un numero ristretto di bambini che possono frequentarsi solo tra loro, può essere adottata in scuole di piccole dimensioni dove è possibile il controllo degli spostamenti degli alunni ma non in strutture frequentate da un gran numero di studenti.  

Va sottolineato inoltre che nell’indagine sono rientrate poche scuole superiori perché molte di queste non avevano riaperto dopo il lockdown preferendo la modalità di didattica a distanza. «I nostri risultati, quindi, non possono essere generalizzati alle scuole secondarie, soprattutto perché è probabile che il rischio di infezione, di malattia e di trasmissione sia maggiore negli studenti più grandi rispetto a quelli più piccoli», affermano i ricercatori. 

C’è poi da mettere in conto la possibilità di aver sottostimato i casi positivi. È uno dei principali limiti dello studio secondo gli autori di un editoriale di accompagnamento. Stefan Flasche e John Edwards della London School of Hygiene & Tropical Medicine temono che i numeri diffusi dagli autori dello studio non siano del tutto affidabili. Al calcolo sono sicuramente sfuggiti tutti i bambini asintomatici. 

«Poiché i bambini raramente mostrano sintomi evidenti ed è probabile che non siano stati rilevati dal tipo di indagine condotta in questo caso, è probabile che il tasso di  trasmissione tra i bambini sia stato maggiore di quello registrato. Infatti, nella maggior parte dei casi in cui è stato avviato un ulteriore test in risposta al rilevamento di un caso, è stato identificato un numero sostanziale di casi aggiuntivi», hanno commentato gli autori dell’editoriale. 

I due scienziati ricordano i risultati di due ampi studi epidemiologici inglesi che avevano dimostrato un picco di contagi tra i ragazzi (18-25 anni) successivamente all’apertura delle scuole secondarie e delle università, categorie non contemplate nell’indagine. 

«La riapertura parziale delle scuole in giugno e luglio con l’adozione delle piccole bolle e con un numero inferiore di bambini, soprattutto nell'istruzione secondaria, potrebbe aver causato una trasmissione all'interno della scuola notevolmente inferiore rispetto a quella della riapertura delle scuole a tutti i bambini dopo l'estate. In sintesi, lo studio supporta l'idea che l'apertura di scuole nonostante la circolazione di SARS-CoV-2 nella comunità sia in gran parte sicura per i bambini, ma le scuole secondarie in particolare potrebbero comunque svolgere un ruolo considerevole nella trasmissione tra le famiglie», concludono i due autori dell’editoriale.