Covid-19 ha riportato le lancette della salute globale indietro di 25 anni

Il rapporto

Covid-19 ha riportato le lancette della salute globale indietro di 25 anni

Finora i dati dicevano che il mondo era in graduale miglioramento su molti fronti. Oggi siamo regrediti ovunque. Colpa di Covid che ha spazzato via decenni di progressi sulla salute, sull’economia, sull’accesso alle cure. Un vaccino metterà fine alla pandemia? Solo se verrà distribuito equamente

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DFID - UK Department for International Development / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)
di redazione

Nelle ultime due edizioni, quella del 2018 e del 2019, il rapporto Goalkeepers della Gates Foundation era riuscito a dar conto dei progressi ottenuti nel mondo sulla salute infantile, sull’uguaglianza di genere, sull’accesso alle cure, sulla riduzione delle disuguaglianze. È vero, ci veniva detto che c’era ancora molto da fare, ma i dati erano tutto sommato rassicuranti: il mondo di allora era migliore di quello che ci lasciavamo alle spalle. 

Quest’anno il rapporto Goalkeepers, un progetto nato nel 2017 con lo scopo di monitorare annualmente i 18 indicatori inclusi negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, racconta tutta un’altra storia. Altro che progressi. La pandemia ha riportato indietro il calendario di decenni. La salute e la povertà della popolazione mondiale sono peggiorate ovunque, la prima è ai livelli di 20 anni fa, la seconda è aumentata del 7 per cento. Covid-19, insomma, ha imposto un freno se non addirittura costretto alla retromarcia il treno che viaggiava, a volte a rilento ma pur sempre nella direzione giusta, verso i 17 obiettivi fissati dall’ONU con l’ambizioso progetto di “trasformare il mondo” entro il 2030. 

«Negli anni recenti il mondo è migliorato in ciascuno dei singoli obiettivi. Quest’anno nella maggior parte di questi è regredito», scrive Bill Gates nell’introduzione al rapporto. 

Il documento della Gates Foundation di quest’anno, così diverso da quello delle edizioni precedenti, ha due obiettivi: fare la conta dei danni provocati dalla pandemia, innanzitutto sulla salute e sull’economia, e proporre una risposta comune. 

«Non esiste una soluzione nazionale a una crisi globale. Tutti i Paesi devono lavorare insieme per porre fine alla pandemia e iniziare a ricostruire le economie. Più tempo impieghiamo per rendercene conto, più tempo ci vorrà (e più costerà) per rimetterci in piedi», scrive Gates.

Il prefisso “pan” giustificato dai dati. La pandemia si è presa tutto 

In un battito di ciglia una crisi sanitaria si è trasformata in una crisi economica, alimentare, politica. Il prefisso “pan” (dal greco “tutto”) di pandemia significa anche questo. Come era successo nel 1918 con l’influenza spagnola, anche per Covid-19 il termine pandemia è pienamente giustificato.  Non solo perché il virus si è diffuso in tutto il mondo ma anche perché ha avuto un impatto su ogni aspetto della società, salute, economia, relazioni, lavoro, istruzione, svago ecc… Una spirale di singole sciagure che si alimentano vicendevolmente.

Basta prendere come esempio il dato della copertura vaccinale, per avere un assaggio delle conseguenze della pandemia.

L’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) ha dichiarato che la copertura vaccinale nel 2020 è tornata indietro ai livelli degli anni Novanta. «Siamo andati indietro di 25 anni in 25 settimane», scrivono gli autori del rapporto. 

Il disastro economico. Covid due volte peggio della crisi del 2008 

I dati dell’economia sono ugualmente preoccupanti. Negli Stati Uniti il 23 per cento degli americani ha difficoltà a pagare l’affitto. La percentuale sale al 46 per cento tra le comunità afro e latino-americane. L’IHME stima che la povertà estrema sia aumentata del 7 per cento in pochi mesi, interrompendo i progressi degli ultimi 20 anni. A causa della pandemia 37 milioni di persone si trovano al di sotto della soglia di povertà estrema con una disponibilità economica di meno di di 1,90 dollari al giorno. 

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che, nonostante i fondi stanziati per far ripartire l’economia in tutto il mondo, ci sarà una perdita globale di 12 trilioni di dollari, o più, entro la fine del 2021.

Siamo di fronte alla peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale. La perdita finanziaria dovuta a  Covid-19 è doppia rispetto alla grande crisi del 2008. E questa volta siamo davvero tutti nella stessa barca. Per ritrovare un momento nella storia dell’umanità in cui così tanti Paesi sperimentano una recessione economica contemporaneamente bisogna risalire al lontano 1870. 

Gli obiettivi sostenibili? Rimandati a data da destinarsi

Questa crisi ha portato quasi 37 milioni di persone in più nella povertà estrema, dopo 20 anni consecutivi in cui quel numero era sceso. L’obiettivo delle Nazioni Uniti si allontana: entro il 2030 ci si prefiggeva di ridurre almeno del 50 per cento la povertà e di eliminare la povertà estrema, ora la strada è tutta in salita. 

Non va meglio per i vaccini. La pandemia ha riportato i tassi di copertura vaccinale indietro di 25 anni. Oggi abbiamo gli stessi numeri degli anni Novanta. Anche i progressi raggiunti per la gestione dell’Hiv rischiano di essere vanificati dalla pandemia. Il mancato accesso alle terapie antiretrovirali dovuto all’ interruzione dei servizi sanitari potrebbe comportare più morti e più infezioni (poiché le cariche virali sono più elevate nei pazienti non trattati, è più probabile che si trasmettano ad altri). Finora, questo scenario peggiore non si è verificato, sebbene alcuni Paesi stiano facendo fatica a garantire i servizi necessari. Questi sono solo alcuni esempi di come Covid abbia allontanato il traguardo degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Nel rapporto se ne trovano altri. 

Garantire la sicurezza. Come riuscirci con poche risorse

I Paesi del G20 hanno fatto fronte all’emergenza sanitaria grazie a fondi stanziati ad hoc pari al 22 per cento del Pil. Nell’Africa Subsahariana gli aiuti sono stati pari al 3 per cento del Pil (e parliamo di cifre molto basse). 

In queste condizioni molti Paesi a basso e medio reddito hanno puntato sull’innovazione per cercare di ridurre l’impatto della pandemia. Il sistema di contact-tracing adottato in Vietnam è un modello per tutti: su una popolazione di 100 milioni di abitanti, il Paese ha registrato solo 1.044 casi di contagio e 34 morti per Covid. 

In Nigeria, più di 100 partner del settore privato hanno fondato la Coalition Against Covid raccogliendo 80 milioni di dollari (finora) per sostenere la risposta del governo.

L’ African Medical Supplies Platform è un un progetto messo in piedi  per assicurare alla popolazione africana l’accesso ai dispositivi di protezione individuali. Ne fanno parte l’Africa Centres for Disease Control and Prevention, la UN Economic Commission for Africa, l’African Export-Import Bank, e una dozzina di partner. 

Secondo la Banca Mondiale, 131 Paesi hanno perfezionato i sistemi di trasferimento di denaro raggiungendo 1,1 miliardi di persone. In India e in Africa questi canali rapidi di accesso ai soldi hanno permesso a molte persone di non morire di fame. 

Insomma, ognuno ha fatto di necessità virtù a modo suo. 

La risposta all'emergenza? Collaborazione

Covid-19 ha colpito tutti e potrà diventare un ricordo del passato solo con la collaborazione di tutti. «Non importa dove vivi, che il tuo governo sia ricco o povero, il tuo Paese non sarà mai in grado di affrontare questa sfida da solo», scrivono gli autori del rapporto.

Ogni Paese si tira dietro tutti gli altri. Nessuno potrà pensare di arricchirsi se nel mondo regna una crisi economica.

Basti solo pensare che il 66 per cento del Pil dell'Unione europea è legato all’import-export. «È impossibile potenziare un'economia nazionale di fronte a una catastrofe economica globale», commentano gli esperti della Gates Foundation. 

Tre strade per frenare il virus

Ma è ancora presto per pensare al periodo della ripresa post-Covid, che dovrà comunque essere caratterizzato da uno sforzo collettivo senza precedenti, perché la pandemia è ancora in corso. 

Non si può ricostruire nulla mentre la terra ancora trema. 

Ora, dicono gli autori del rapporto, è il momento di concentrarsi, sempre tutti insieme come un sol uomo, su tre obiettivi. 

Il primo: sviluppare diagnosi e trattamenti per gestire la pandemia a breve termine e vaccini per porvi fine a medio termine. Il secondo: produrre quanti più test possibili, il più velocemente possibile. 

Il terzo: distribuire questi strumenti in modo equo a coloro che ne hanno più bisogno, indipendentemente da dove vivono o quanti soldi hanno. 

Missione vaccino

Più candidati ci sono e meglio è. Gli autori del rapporto non hanno dubbi: la competizione tra diverse aziende non può che fare bene alla ricerca e accelerare i tempi per un vaccino anti-Covid. Alcuni Paesi hanno già iniziato a prendere accordi con le aziende farmaceutiche anticipando ingenti somme di denaro per assicurarsi un certo numero di dosi di un determinato vaccino nel caso in cui questo si riveli valido. È un modo efficace, dicono gli autori del rapporto, per alimentare le risorse della ricerca. Anche se l’ideale sarebbe investire su più vaccini per avere maggiori possibilità di successo nella scommessa. 

La domanda fatidica aleggia nel capitolo dedicato al vaccino: quanto bisognerà aspettare? La ricerca dei farmaci, vaccini compresi ha tempi lunghi: la probabilità di successo è del 7 per cento nelle fasi iniziali e del 17 per cento nel passaggio alla sperimentazione umana. 

Superata la fase sperimentale, una volta dimostrata la sicurezza e l’efficacia del vaccino, si deve poi passare alla produzione: miliardi di dosi devono essere messe sul mercato il più rapidamente possibile. Realisticamente tutto ciò non potrà avvenire entro la fine del 2020. Dopo di che bisognerà fare i conti con le scelte politiche dei singoli Paesi. I governi che avranno puntato sul cavallo vincente useranno il vaccino disponibile per proteggere solo la loro popolazione? Se così fosse la pandemia non si fermerebbe rapidamente.

Nessuno si salva da solo

Ipotizziamo che arrivi il tanto atteso vaccino. Cosa accadrebbe? Il Northeastern University’s Laboratory for the Modeling of Biological and Socio-technical Systems (MOBS LAB) si è basato sui dati dello scorso marzo per prevedere due possibili scenari. Nel primo scenario circa 50 Paesi ad alto reddito hanno ricevuto per primi 2 miliardi di dosi (su 3 miliardi) di un vaccino efficace all’80 per cento. Nell'altro, tutti i Paesi hanno ricevuto i 3 miliardi di dosi in misura proporzionale alla loro popolazione. Nel primo caso si eviterebbe il 33 per cento dei morti, nel secondo il 61 per cento. 

«In definitiva, aziende e governi devono credere davvero che il futuro non è una gara a somma zero in cui i vincitori vincono solo quando i perdenti perdono. È uno sforzo cooperativo in cui dobbiamo tutti fare progressi insieme», scrivono gli autori del rapporto