Covid. La risposta alla pandemia non è nei grandi ospedali

Retrospettiva

Covid. La risposta alla pandemia non è nei grandi ospedali

Limitare gli spostamenti, evitare la frequentazione di luoghi affollati compresi gli ospedali e migliorare l’accesso alle cure primarie. Queste sono le strategie capaci di ridurre i morti per Covid emerse dall’analisi della prima ondata in 20 regioni italiane. Lo studio su Scientific Reports

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Immagine: Alberto Giuliani, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Guardandosi indietro con il senno del poi la prima ondata della pandemia in Italia sarebbe potuta andare diversamente. E tra tutte le riflessioni postume, quella che viene a dirci che avremmo potuto evitare molti morti per Covid nei primi mesi dell’emergenza sanitaria facendo scelte  diverse è senza dubbio una delle più difficili da digerire. L’unico modo per apprezzarla è considerarla la classica lezione da imparare per evitare di commettere gli stessi errori in futuro.

Una ricerca frutto della collaborazione tra la Penn State University (Usa), la Scuola Sant’Anna  Pisa (Italia), e l’Université Laval in Quebec (Canada) pubblicata su Scientific Reports servirà proprio a questo. È vero che la presenza dei vaccini cambia tutto e rischia di far sembrare anacronistiche alcune misure precauzionali, ma sapere con esattezza cosa funziona e cosa no per limitare i danni di un’epidemia è qualcosa di cui oramai sappiamo di non poter fare a meno.  

I ricercatori analizzando l’andamento della pandemia in 20 regione italiane hanno individuato alcuni fattori chiave che possono ridurre la mortalità per Covid e che in alcuni casi sono stati sfruttati poco e male nella tragica primavera del 2020. I più efficaci sono tre: limitare il più possibile gli spostamenti, avere cure primarie facilmente accessibili, evitare i luoghi affollati, compresi gli ospedali. Là dove queste strategie non sono state adottate tempestivamente, il bilancio dei morti è stato più pesante che altrove. Potrebbe essere il caso della Lombardia anche se, come specificano gli stessi autori, quei fattori riescono a spiegare solo in parte l’impatto tanto devastante della pandemia in quella regione. 

«Volevamo capire perché alcune regioni sono state colpite in modo molto più pesante di altre, quindi abbiamo utilizzato sia tecniche validate che innovative in un campo della statistica chiamato analisi dei dati funzionali per confrontare come è progredita la prima ondata in diverse regioni in Italia», ha spiegato Francesca Chiaromonte, professoressa di statistica presso la Penn State, a capo del dipartimento di eccellenza EMbeDS presso la Scuola Sant'Anna School, che ha guidato lo studio. 

Gli strumenti statistici di cui parla Chiaromonte consentono di evidenziare delle associazioni tra la curva della mortalità e gli altri elementi del contesto. 

I ricercatori hanno messo a confronto le curve della mortalità della prima ondata dell’epidemia di 20 regioni di Italia e, dopo aver valutato la situazione specifica di ogni regione, hanno selezionato alcuni fattori che hanno fatto la differenza nel numero dei morti.

Il primo: gli spostamenti locali. La quantità di persone che si muove all’interno del proprio comune è fortemente associata alla mortalità per Covid. I ricercatori hanno preso come parametro per la valutazione della mobilità locale le visite alle farmacie e ai supermercati (usando i dati Google Maps). Durante il lockdown nazionale iniziato a marzo 2020, i livelli di mobilità erano diminuiti drasticamente in Italia. Del 30 per cento nella prima settimana di lockdown e poi ulteriormente fino al 60 per cento nei giorni feriali fino a sfiorare il 100 per cento nei fine settimana. 

Gli effetti dell’isolamento in casa si sono osservati con un prevedibile  ritardo sulla mortalità ma sono emersi chiaramente. Limitare gli spostamenti è quindi una misura efficace per ridurre i morti da Covid. 

Il secondo fattore chiave per ridurre la mortalità è la facilità di accesso alle cure primarie. I grandi ospedali con molti posti letto invece di essere la soluzione spesso finiscono per essere il problema. 

«Sulla base delle associazioni rilevate dalle nostre tecniche statistiche, ciò che riduce la mortalità potrebbe essere non tanto avere grandi ospedali di lusso con molti letti in terapia intensiva, ma piuttosto avere un buon accesso ai medici di base.  In effetti, la presenza dei grandi ospedali potrebbe essere stata controproducente perché sono diventati centri di contagio. I luoghi in cui ci sono più letti per ospedale, più letti per case di cura, più alunni per classe e più dipendenti per azienda sono i luoghi in cui l’epidemia è stata più forte», ha dichiarato Chiaromonte.

Il medico di base, quindi, è più utile del grande ospedale nella gestione dell’epidemia. Un ultimo dato interessante: dalla ricerca è emerso che esiste un’associazione, anche questa spostata in avanti nel tempo, tra il tasso di positività e la mortalità. Se aumenta il primo, qualche giorno dopo aumentano i secondi (va ricordato che si tratta dello scenario senza vaccini). I ricercatori quindi considerano il conteggio dei positivi uno strumento di previsione ancora utile nei modelli epidemiologici.