Covid. In troppi non si preoccupano del virus finché non li tocca da vicino

Lo studio

Covid. In troppi non si preoccupano del virus finché non li tocca da vicino

La principale variabile che influenza la nostra percezione del rischio legato a Covid-19 è la prossimità. La percezione del rischio influenza l’adesione ai comportamenti preventivi

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Immagine: Nickolay Romensky, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

È la prossimità la principale variabile che influenza la nostra percezione del rischio legato a Covid-19. Aver vissuto il lutto di amici o famigliari o essere più esposti al virus a causa del lavoro sono le condizioni che più fanno rendersi conto del pericolo. 

È questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto Auxologico Italiano, dell’Istituto Europeo di Oncologia, dell’Università degli Studi di Bergamo e Milano, dell’Ospedale San Paolo e del Policlinico di Milano. La ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology, ha indagato la percezione del rischio per Covid-19 nella popolazione italiana, in un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online.

«I nostri risultati suggeriscono che la percezione del rischio per Covid-19 è un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di molteplici fattori», spiega Barbara Poletti, responsabile del Centro di Neuropsicologia dell’Auxologico San Luca di Milano. 

La prossimità è quello più evidente: «Ciò è probabilmente dovuto al fatto che determinate circostanze rendono tangibili le possibili conseguenze del contagio», dice Sofia Tagini, psicologa e ricercatrice del Servizio di Neuropsicologia e Psicologia Clinica dell’Auxologico. 

Ma non è l’unico fattore a determinare il nostro atteggiamento nei confronti del virus. Anche i tratti di personalità contano: «Persone più ansiose tendono a percepire un rischio maggiore, probabilmente poiché sono generalmente più sensibili nel cogliere potenziali pericoli. Infatti, abbiamo osservato che persone che adottano maggiormente una modalità ansiosa di relazione e comportamento in risposta a potenziali pericoli (ad esempio, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata, nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale) tendono a percepire un rischio maggiore», spiega Gabriella Pravettoni, professoressa ordinaria di Psicologia generale in Statale e direttore della Divisione di Psiconcologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. «Al contrario, persone che adottano una modalità più evitante tendono a percepire minor rischio, probabilmente poiché tendono a negare il problema e de-attivare le emozioni rilevanti». 

Anche l’informazione svolge un ruolo importante: sentirsi ben informati rispetto ai sintomi, alla prognosi e alle modalità di contagio incrementa il rischio percepito. «Questo risultato è particolarmente rilevante per le istituzioni, considerata la responsabilità nel promuovere una comunicazione il più possibile chiara e coerente», sottolinea Roberta Ferrucci, ricercatrice presso l'Università degli Studi di Milano. 

Inoltre, la ricerca ha mostrato come persone che tendono a percepire la propria salute come qualcosa che dipende dagli altri, al di fuori dal loro controllo, si sentono più a rischio. Così come una personalità molto “aperta”, creativa, ed intellettuale contribuisce a diminuire il rischio percepito. I ricercatori ipotizzano infatti che un’elevata creatività potrebbe facilitare la definizione di molteplici “vie d’uscita” e, possibilmente, scenari più ottimistici.     

«I risultati di questo studio mostrano come un’elevata percezione del rischio si associa ad una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l’utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno. Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro», conclude Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di Neurologia all’Auxologico San Luca.