Davvero usciremo migliori dalla pandemia? Forse sì, ma solo se non daremo retta ai nostri istinti

Il quesito

Davvero usciremo migliori dalla pandemia? Forse sì, ma solo se non daremo retta ai nostri istinti

Gli esseri umani sono animali sociali e in quanto tali di fronte al rischio di contagio mettono in atto meccanismi di difesa tipici di altri specie: chiudersi in piccoli gruppi diffidando del diverso e dell’estraneo. Forse però la cultura potrebbe salvarci dal rischio di xenofobia e bigottismo

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Immagine: Jessica Flavin from London area, England / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)
di redazione

È stato uno dei mantra quando sei mesi fa la pandemia ha sconvolto le nostre vite: è un periodo buio, ma ne usciremo migliori di come eravamo, dicevano in molti. Ma sarà veramente così? I primi segnali sembrano dire esattamente il contrario. Si avverte un clima teso, in cui la paura sembra aver preso il sopravvento. E la ricerca sembra spiegarne il perché: uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society of London, Series B ci fa capire infatti, che sullo sfondo di Covid-19, il nostro istinto animale potrebbe prendere il sopravvento. E rederci tutti più xenofobi e bigotti. 

Tutti gli animali sociali, dalle formiche ai pesci agli scimpanzé, di fronte alla minaccia di venire contagiati da un virus, un batterio o qualche altro patogeno hanno la stessa reazione: si chiudono in gruppi ristretti e guardano con sospetto gli estranei perché del “diverso” è meglio non fidarsi . 

Nel regno animale così si prendono due piccioni con una fava: si salva la vita ai singoli individui e si preserva la specie. Evolutivamente parlando non c’è nulla di sbagliato. Ma gli istinti naturali non sono impeccabili, commettono errori e spesso fraintendono i segnali di rischio. In condizioni di emergenza qualunque elemento che devia dalla normalità viene considerato un pericolo. Basta poco per trasformare un proprio simile un po’ meno simile in un untore. È per questo che i pesci e gli uccelli si tengono alla larga dagli animali della loro specie che sono troppo intorpiditi e che gli scimpanzé Pan troglodytes escludono dalla cerchia delle frequentazioni “sicure” tutti gli esemplari con comportamenti anomali. 

La natura si preoccupa cioè più per i falsi negativi che per i falsi positivi. Meglio sbagliare discriminando un individuo sano piuttosto che sbagliare accogliendo nel gruppo un individuo malato. 

Ma noi esseri umani che non viviamo di soli istinti potremmo comportarci diversamente. Potremmo, per esempio, evitare discriminazioni infondate. Ma secondo gli autori dello studio Homo sapiens sapiens in tempo di pandemia finisce per somigliare molto agli altri animali sociali. La tendenza a evitare il diverso per timore del contagio è anche nostra. Altri studi precedenti avevano dimostrato che l’atteggiamento ostile negli esseri umani si manifesta soprattutto nei confronti degli estranei.

«Nelle condizioni di stress dovute alla minaccia di un patogeno, gli esseri umani adottano una psicologia di prevenzione ipervigilante e particolarmente incline all'errore, durante la quale anche deviazioni fisiche e comportamentali benigne dai fenotipi attesi possono essere trattate come potenziali segnali di infezione», scrivono i ricercatori. La natura animale dell’essere umano lo spinge a tracciare un confine tra il dentro e il fuori, tra la famiglia e gli amici di cui fidarsi e gli estranei di cui diffidare. 

Gli scienziati fanno notare che la risposta di “evitamento” scatta soprattutto tra le persone particolarmente preoccupate del contagio e tra i gruppi più vulnerabili (persone immunosoprresse, donne incinte ecc…). Quest’ultima reazione è perfettamente naturale. Fanno lo stesso anche i pesci guppy o lebistes. In uno  studio  pubblicato lo scorso anno su Royal Society Biology Letters gli stessi ricercatori avevano condotto un esperimento sociale: un gruppo di pesci maschi era stato affiancato nell’acquario da un gruppo di tre  femmine visibilmente malate. I pesci rimasti più lontani dalle femmine erano quelli più vulnerabili alle infezioni.  

«È interessante e davvero preoccupante. Durante le epidemie, gli esseri umani tendono a diventare eccessivamente sensibili, quindi qualsiasi tipo di anomalia fisica che qualcuno mostra improvvisamente diventa un potenziale indicatore di infezione. Diventiamo molto più bigotti, prestiamo molta più attenzione alle cose che distinguono una persona da ciò che percepiamo come il nostro fenotipo. Persone che sembrano diverse da noi e si comportano in modo diverso dal nostro, il che, ovviamente, conduce a una maggiore xenofobia», afferma Jessica Stephenson, del dipartimento di scienze biologiche dell'Università di Pittsburgh, coautrice dello studio. 

Ma alla conclusione dello studio arriva quel che avremmo voluto sentirci dire all’inizio: gli esseri umani hanno una marcia in più rispetto ai pesci. Possono informarsi, affidarsi ai sistemi di controllo dell’epidemia messi a punto dalle autorità sanitarie, possono mantenere contatti sicuri anche a distanza grazie alle tecnologie, possono rispettare il distanziamento sociale in maniera democratica perché i potenziali untori sono ovunque. 

Insomma, abbiamo tutti gli strumenti per poter uscire da questa pandemia se non migliori, almeno non peggiori. 

«Sono convinta che le nostre tendenze naturali ed evolutive ci spingerebbero ad associarci solo all'interno dei nostri gruppi. Ma dobbiamo combattere questa naturale avversione nei confronti delle persone che differiscono da noi e non chiuderci verso l’esterno», ha dichiarato Stephenson. Insomma, banalmente, dovremmo usare più la testa e meno la pancia.