Diabete: una road map in otto mosse per affrontare numeri da “tsunami”

L’emergenza

Diabete: una road map in otto mosse per affrontare numeri da “tsunami”

Il diabete uccide, ma le istituzioni e i cittadini non avvertono la gravità del pericolo
redazione

Non sono bastati i numeri da incubo a interrompere il profondo sonno in cui siamo rimasti immersi a lungo. Eppure i 415 milioni di diabetici nel mondo, che potrebbero diventare 642 milioni nel 2040, sono lì a dimostrare che il diabete è qualcosa di più di un semplice disturbo di sottofondo con cui si può convivere. «È ora di risvegliarsi da un sonno che è durato troppo a lungo – afferma Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia - e che non solo ha ridotto la potenzialità dei ricercatori dell’area del diabete che operano in Italia ma ha contribuito a declassare la malattia ad una sorta di fastidio molto diffuso ma senza particolari conseguenze per la salute, tranne pochi casi sfortunati».  La Società Italiana di Diabetologia (Sid), insieme alla Fondazione e all’Associazione ‘Diabete Ricerca’ ha pensato ad una road-map in otto tappe per rimettere il diabete al centro dei riflettori della ricerca e dell’attenzione pubblica. 

Ricerca italiana: qualità elevata, ma scarse risorse

Non è un fatto nuovo. L’ingranaggio della ricerca italiana si blocca sempre per lo stesso motivo: qualità e quantità non vanno allo stesso passo. Le competenze degli scienziati, universalmente riconosciute, non crescono molto più in fretta delle risorse economiche destinate alle loro ricerche. 

In Italia si fa ricerca sul pancreas artificiale, sui trapianti di cellule staminali, sulla genetica della malattia, sui marcatori di rischio di diabete e di complicanze, sulle origini della malattia e dei danni che può causare. In tutti i campi della ricerca diabetologica gli italiani godono di grande credibilità internazionale. Ma le nozze non si fanno con i fichi secchi. Le istituzioni pubbliche destinano alla ricerca sul diabete fondi modesti: in media circa 2,5 milioni di euro all’anno, pari a circa 5 mila euro all’anno per ognuno dei circa 500 ricercatori attivi nell’area del diabete in Italia (moltissimi dei quali in posizioni precarie). E i cittadini fanno ancora meno per il diabete: le donazioni liberali e quanto destinato con il 5xmille ammontano a poco più di 100 mila euro all’anno. In pratica una media di circa 200 euro per ricercatore. Come si può porre rimedio? «È tempo di cambiare - avverte Enzo Bonora, Presidente della Fondazione Diabete Ricerca - è arrivato il tempo che i cittadini e i decisori politici considerino il diabete una priorità socio-sanitaria. Occorre creare un’alleanza virtuosa tra cittadini, politici, ricercatori, clinici, figure professionali del team diabetologico allo scopo di incrementare la consapevolezza della gravità della malattia e di attrarre investimenti pubblici e privati seguendo modelli di successo applicati in altre patologie come i tumori».

La road-map della Sid

Per raggiungere questi obiettivi la Sid ha messo a punto un piano in otto mosse. 

1.    Creare nell’opinione pubblica un senso di urgenza, un bisogno di cambiamento radicale nelle politiche, superando qualsiasi conflittualità tra le parti. Non essere disposti ad accettare la negazione dell’emergenza, la non conoscenza delle dimensioni del problema, la paura della malattia o l'isolamento.

2.    Rimuovere le barriere e i pregiudizi nei confronti della malattia e garantire l’accesso alle migliore terapie a tutti i cittadini senza discriminazioni.

3.    Avere una visione strategica che unifichi gli sforzi per fornire una corretta informazione ai cittadini, un’approfondita formazione agli operatori sanitari e i necessari finanziamenti alla ricerca.

4.    Creare collaborazioni stabili e reti di ricerca che consentano di condividere i dati, monitorare la malattia, di valutarne i reali costi diretti e indiretti, di sperimentare nuovi farmaci o nuovi approcci diagnostico-terapeutici.

5.    Pensare in modo non convenzionale e fuori dagli schemi per favorire la scoperta di nuove terapie di frontiera.

6.    Attrarre e supportare economicamente i giovani ricercatori perché possano continuare a svolgere le loro ricerche in Italia.

7.    Creare successi a breve e medio termine da diffondere ai cittadini in modo trasparente rendicontando ogni euro speso per la ricerca.

8.    Investire più fondi pubblici e privati per la ricerca in campo diabetologico attraverso programmi speciali pluriennali da parte delle istituzioni pubbliche e raccolta fondi attraverso il crowd funding.

Numeri da tsunami

Nel mondo ci sono oggi 415 milioni di soggetti affetti da diabete, che potrebbero diventare 642 milioni nel 2040 con gli attuali trend di crescita: è questa la stima dell’International Diabetes Federation (Idf). E per il Global Burden of Disease 2015 Study il diabete causa nel mondo oltre 1,5 milioni di morti, con un incremento del 32 per cento nell’ultimo decennio (2002-2015). Tradotti altrimenti, questi dati dicono che ogni sei secondi muore una persona con diabete a causa della malattia o per le sue complicanze.

In Italia, secondo l’Osservatorio Arno Diabete, nato da una collaborazione tra la Società Italiana di Diabetologia (SID) e il Consorzio interuniversitario per le applicazioni di supercalcolo per università e ricerca (CINECA), il tasso di prevalenza totale del diabete in Italia è pari al 6,2 per cento pari a circa 4 milioni di persone. A cui si deve però aggiungere quel milione di persone che ignorano di avere la malattia (diabete sconosciuto). Il “dramma diabete” nel nostro paese è sottolineato dai 75 mila infarti (uno ogni 7 minuti), 50 mila ictus (uno ogni 10 minuti) e 10 mila amputazioni (una ogni 52 minuti). E se non bastasse: ogni quattro ore una persona con diabete entra in dialisi (circa 2 mila all’anno) e ogni anno circa 50mila persone con diabete sviluppano un problema importante alla vista. Ma veniamo all’impatto economico: il costo medio annuo per paziente è pari a 2.792 euro, una cifra generata dalle spese di assistenza ospedaliera (51%), di spesa farmaceutica (32%) e di assistenza ambulatoriale (17%). A questi vanno aggiunti i costi indiretti che, secondo uno studio della London School of Economics, sono pari a 12 miliardi di euro dovuti per lo più a prepensionamenti e assenze dal lavoro. Sono numeri da tsunami.