Diabete: il titolo di studio fa la differenza

Il rapporto

Diabete: il titolo di studio fa la differenza

I “dottori” sono meno a rischio di malattie metaboliche
redazione

Buone notizie per chi decide di iscriversi all’università. I sacrifici degli anni di  studio verranno ripagati. Non stiamo parlando di lavoro, però, ma di salute. 

Secondo il recente rapporto Diabetes Atlas dell’International Diabetes Federation (IDF) realizzato in collaborazione con l’Istat, infatti, chi conquista il titolo di “dottore” riduce il rischio di  ammalarsi di diabete e di soffrire di obesità. 

 «Nella popolazione adulta, eliminando l’effetto dell’età - dice Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia dell’Istat -  un laureato ha un rischio di ammalarsi di diabete quasi tre volte più basso di chi ha solo la licenza elementare, per le donne lo svantaggio tra le meno istruite è ancora più elevato». 

L’impatto del titolo di studio

I certificati di istruzione scolastica non sono solo “pezzi di carta”. Forse poco valorizzati nel mondo del lavoro, possono invece fare veramente la differenza quando si parla di diabete. Dalle rilevazioni Istat 2015 emerge come la disuguaglianza sociale sia particolarmente accentuata a partire dai 45 anni. Tra i 45 e i 64 anni la prevalenza del diabete è del 2,9 per cento tra i laureati, del 4 per cento tra i diplomati, mentre raggiunge il 9,8 per cento tra coloro che hanno al massimo conseguito la licenza elementare.

Il diabete, è noto, si previene con uno stile di vita adeguato. E spesso istruzione e abitudini salutari vanno a braccetto.  La prevalenza di diabete è pari al 15,1 per cento tra le persone obese - solo il 3,6 per cento tra i normopeso - e all’8,6 per cento tra chi non pratica attività fisica, rispetto al 1,7 per cento tra coloro che praticano abitualmente una attività sportiva.

I livelli più alti di istruzione più alta tengono alla larga anche l’obesità e il sovrappeso: tra le persone con almeno la laurea le persone sovrappeso e obese sono il 32,8 per cento, quota che sale al 42,8 per cento tra i diplomati e al 52,7% tra chi ha la licenza media, per raggiunge il 60,4 per cento tra quanti hanno conseguito al massimo la licenza elementare. Tale andamento si osserva in tutte le fasce di età, sia per gli uomini che per le donne.

Il diabete in Italia

«Il diabete è decisamente una patologia ‘sociale’ dal momento che, per la sua elevata prevalenza, coinvolge di fatto la popolazione intera -  dice Domenico Cucinotta, Coordinatore Italian Barometer Diabetes Report e Direttore del dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina - Nel nostro Paese infatti considerando i più di 3,5 milioni di persone con diabete noto, i circa 1,5 milioni che non sanno di averlo e i 4,5 milioni con prediabete, ne risulta che quasi 10 milioni di italiani devono fare i conti o sono comunque destinati a fare i conti con questa patologia e a questi vanno aggiunti i loro familiari. Tra 10 anni, in ogni famiglia italiana vi sarà una persona con diabete o un soggetto prediabetico».

Il diabete nel mondo

Sono 415 milioni le persone affette da diabete nel mondo, 1 su 11, e sono 5 milioni i morti all’anno per cause legate al diabete, uno ogni 56 secondi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 58 per cento dei casi di diabete mellito è attribuibile all’obesità. 

Le persone adulte in sovrappeso sono 1,9 miliardi, il 39 per cento della popolazione. Per tutte loro il rischio di ammalarsi è altissimo:  chi pesa il 20 per cento in più del proprio peso ideale aumenta del 25 per cento, rispetto alla popolazione normopeso, il rischio di morire di infarto e del 10 per cento di morire di ictus:  Va ancora peggio se il peso supera del 40 per cento quello consigliato: il rischio di morte per qualsiasi causa aumenta di oltre il 50 per cento, per ischemia cerebrale del 75 per cento e per infarto miocardico del 70 per cento. La mortalità per diabete aumenta del 400 per cento.