Eliminare l’epatite C entro il 2030. L'Italia può farcela

L'obiettivo

Eliminare l’epatite C entro il 2030. L'Italia può farcela

di redazione

L’eliminazione dell’epatite virale è un obiettivo inserito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni unite e nel maggio 2016 anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha suggerito l’eliminazione dell’epatite entro il quello stesso anno.

Eliminare il virus significa però essere in grado di diagnosticare almeno il 90% degli infetti e trattare almeno l’80% dei diagnosticati da qui al 2030. L’Italia è considerata tra i 12 Paesi in grado di raggiungere il risultato.

«Siamo l’unico Paese al mondo che, grazie a un fondo dedicato allo screening per l’Hcv inserito nel recente emendamento al Decreto Milleproroghe, ha messo a disposizione degli stanziamenti: esattamente 71,5 milioni di euro per gli anni 2020 e 2021» ricorda Elena Carnevali, componente della Commissione Affari sociali della Camera.

Serve tuttavia una netta riduzione dei portatori del virus: «L’Italia è un Paese che può raggiungere l’eliminazione entro il 2030 – conferma Loreta Kondili, responsabile scientifico della piattaforma Piter al Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore di sanità - ma deve ancora superare delle barriere rilevanti. Bisogna muoversi subito con l’ampliamento delle campagne di screening, iniziando con la popolazione nata tra il 1969 e il 1989. Occorre individuare tutti gli individui che fanno o hanno fatto uso di sostanze stupefacenti e i detenuti; quindi successivamente coprire anche la popolazione nata tra 1948 e il 1968 e aumentare la conoscenza tra gli operatori sanitari, oltre a sviluppare campagne di sensibilizzazione della popolazione».

Si stima infatti che tra 200 mila e 300 mila persone in Italia siano ancora ignare del proprio stato di infezione da Hcv e altre 80 mila circa hanno un danno avanzato del fegato, ma ancora non hanno eliminato il virus.

Per Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit), «le Regioni devono organizzarsi al proprio interno affinché tutta la popolazione possa essere raggiunta in maniera capillare creando percorsi diagnostico terapeutici che possano permettere di gestire tutto e non solo lo screening, che è certamente il primo passo nella prevenzione».

Per raggiungere l’obiettivo, conferma Mario Masarone, membro del Comitato direttivo dell’Associazione italiana per lo studio del fegato, «bisogna tracciare percorsi assolutamente semplificati al fine di garantire lo screening, ma anche la diagnosi e la cura».

Anche perché la pandemia da Covid 19 ha determinato un arresto nella “corsa” all’eliminazione dell'epatite C: «Nel 2019 il numero dei pazienti trattati è diminuito – ricorda Kondili - e si è quasi interrotto nel 2020 proprio a causa dell’emergenza in atto. Si è stimato che rinviare i trattamenti per sei mesi in Italia determinerà, a cinque anni, la morte di oltre 500 pazienti per una condizione correlata alle malattie del fegato».

D'altra parte, una recente analisi sui benefici sia in termini di vite umane sia da un punto di vista economico ha mostrato che «per mille pazienti diagnosticati e trattati, in venti anni si andrebbero a prevenire oltre 600 eventi clinici infausti - sottolinea Francesco Saverio Mennini, presidente della Società italiana di health technology assessment (Sihta) - a partire da episodi di cancro del fegato, con un risparmio per il sistema sanitario nazionale di oltre 65 milioni di euro».

Insomma, raggiungere l'obiettivo è possibile, ma «è necessaria la costruzione di una rete di servizi – sollecita infine Marcello Tavio, presidente Simit – che includa i medici di medicina generale, i laboratori di riferimento e la medicina specialistica ospedaliera, tutti interconnessi, ovviamente, tra loro», istituendo anche «una cabina di regia che coordini le azioni ai fini dell’eliminazione, sfruttando le opportunità innovative insegnate dalla pandemia da SARS-CovV2».