In Europa i superbatteri uccidono 33mila persone ogni anno. Un terzo in Italia

Il rapporto

In Europa i superbatteri uccidono 33mila persone ogni anno. Un terzo in Italia

L'allarme contenuto in un report dell'European Centre for Disease Prevention and Control
redazione

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L’impatto delle infezioni da batteri resistenti è aumentato in tutta Europa. Nella maggior parte dei casi ci si ammala in ospedale e ogni Paese ha microbi specifici di cui preoccuparsi. L’Italia e la Grecia sono i Paesi europei più colpiti

I superbatteri fanno strage in Europa: ogni anno 33mila persone muoiono a causa di infezioni provocate da germi resistenti agli antibiotici. 

Un terzo dei decessi avviene in Italia, che insieme alla Grecia è il Paese con il più alto tasso di infezioni da batteri resistenti in Europa. È il bilancio di un rapporto dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) con i dati dell’European Antimicrobial Resistance Surveillance Network (Ears-Net) riferiti al 2015 nell'Unione europea e nello Spazio economico europeo.

Dall’indagine pubblicata su Lancet Infectious Diseases emerge che il numero di infezioni da batteri resistenti è in costante aumento dal 2007 a oggi. Dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2015 si contano 671.689 casi soprattutto tra bambini inferiori a un anno di età e adulti sopra i 65 anni. 

L’indagine ha riguardato 5  tipi di infezioni, dell’apparato circolatorio, delle vie respiratorie, delle ferite chirurgiche, dell’apparato urinario e altre infezioni.

L’impatto delle infezioni da superbatteri nella popolazione europea è paragonabile a quello di Hiv, tubercolosi e influenza insieme: 33mila morti e 874mila anni di vita corretti per disabilità (disability-adjusted life year, Daly). Il Daly è un’unità di misura che rappresenta il “carico” di una malattia in base al numero di anni persi a causa della cattiva salute, della disabilità o di un decesso precoce. Un Daly può essere considerato come un anno perso di vita “in salute”.

Leggendo le stime da un’altra prospettiva si ottengono i dati sull’incidenza:  131 infezioni per 100mila persone, una mortalità pari a 6,44 morti ogni 100mila persone e 170 Daly per 100mila persone. 

Secondo le stime dei ricercatori il 63,5 per cento dei casi di infezioni da batteri resistenti è associato a cure mediche, responsabili anche del 72,4 per cento dei decessi provocati da superbatteri. 

«Questi risultati - scrivono gli autori del rapporto - suggeriscono che gli effetti sulla salute delle infezioni da batteri resistenti avvengono principalmente negli ospedali e altri luoghi di cura». 

L’Italia e la Grecia sono i Paesi europei con il maggior impatto delle infezioni associate all’antibiotico-resistenza. I ricercatori ricordano però che l’Italia si è dotata del Piano Nazionale di Contrasto all’Antibiotico-Resistenza (2017-2020) con lo scopo di ridurre ridurre la frequenza delle infezioni da microrganismi resistenti agli antibiotici in generale e in particolare di quelle associate all’assistenza sanitaria ospedaliera e comunitaria. 

Paese che vai, resistenza che trovi. In Grecia, più che in Italia, le infezioni più diffuse sono quelle provocate da batteri resistenti ai carbapenemi o alla colistina. 

In Portogallo e a Malta si è registrato un aumento dei casi di infezione da Stafilocco aureo resistente alla meticillina (Mrsa). In Irlanda circolano i batteri E. feacalis ed E. faecium resistenti alla vancomicina. In Spagna e in Slovenia il superbatterio più diffuso è lo Streptoccoccus pneumoniae resistente agli antibiotici. In Croazia, Bulgaria e Ungheria più del 40 per cento delle infezioni da batteri resistenti è provocato da batteri resistenti a carbapenemi o colistina. 

Guardano all’Europa nel suo complesso, si osserva che è aumentato l’impatto di tutti i batteri resistenti. Più precisamente: la percentuale di anni di vita in salute persi (i Daly) a causa dei batteri resistenti ai cabapenemi è passata dal 18 per cento del 2007 al 28 per cento del 2015, la percentuale di Daly associata a K.pneuomoniae e a E. coli resistenti ai carbapenemi è raddoppiata passando da 4,3 per cento nel 2007 all’8,79 per cento nel 2015.  

«Considerando che - scrivono i ricercatori - nel nostro studio  una grande parte dell’impatto è dovuta a infezioni dell’apparato circolatorio, respiratorio o a infezioni chirurgiche e che più della metà delle infezioni diffuse nei luoghi di cura sono considerate prevenibili, ridurre l’impatto dei batteri resistenti agli antibiotici attraverso rafforzate misure di prevenzione e controllo potrebbe essere un obiettivo raggiungibile».