“Giustizia sanitaria” contro le disuguaglianze nelle cure

Scenari

“Giustizia sanitaria” contro le disuguaglianze nelle cure

Lo chiede la “Nuova Carta degli operatori sanitari” promossa dal Dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale
Anselmo Terminelli

Non è lecito considerare la sostenibilità dei sistemi sanitari esclusivamente sotto il profilo economico. Ma per tutelare realmente la salute dei cittadini non deve essere mai trascurato l'aspetto etico. Solo così si realizza una vera “giustizia sanitaria”. Lo sostiene la “Nuova Carta degli operatori sanitari” - il compendio base per quanti si occupano di assistenza nel mondo cattolico – edita, in una pregevole veste tipografica, dalla Libreria Editrice Vaticana e presentata nella Sala stampa della Santa Sede dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, alla vigilia della XXV Giornata mondiale del malato, che si celebra sabato 11 febbraio.

Un testo, questo promosso dall'ex Pontificio Consiglio per la pastorale sanitaria, confluito da quest'anno nel suddetto Dicastero. La nuova Carta, ispirandosi al recente magistero pontificio alla luce delle nuove conquiste biomediche e delle nuove realtà socio-sanitarie, aggiorna, dopo un lavoro durato sei anni, la precedente edizione del 1994, tradotta in 19 lingue.

Il documento ribadisce innanzitutto i principi morali della Chiesa Cattolica in merito alla difesa della vita, dal concepimento alla morte, e all'assistenza ai malati con l'obiettivo principale di orientare l'operatore sanitario, «specialmente nella complessità delle odierne possibilità tecnologiche, a scelte sempre rispettose della persona umana e della sua dignità».

Ma la vera novità di questa edizione sta nel fatto che «vengono affrontati problemi – evidenzia nella prefazione l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente dell'ex Pontificio consiglio e recentemente scomparso - che stanno assumendo un rilievo più marcato, sopratutto in ordine alla giustizia, al rispetto e all'accresciuta sensibilità relativamente ai principi di solidarietà e sussidiarietà». Tanto che questo nuovo documento non è indirizzato più solo a medici, infermieri e quanti si occupano di assistenza ma anche agli amministratori, ai legislatori in materia sanitaria, operatori sanitari del territorio, del settore pubblico e privato, laici e credenti.

In questo contesto la Carta, denunciando l'accentuazione delle diseguaglianze di accesso alle cure che nel mondo oggi rappresentano ovunque la vera emergenza, introduce il concetto di “giustizia sanitaria”, che deve essere perseguito proprio da quanti elaborano strategie e politiche sanitarie.

Giustizia sanitaria per una reale tutela della salute

Giustizia sanitaria che si realizza, sottolinea il documento, adottando strategie sanitarie non solo economicamente ma anche e sopratutto eticamente sostenibili. In primo luogo contrastando «la diseguale distribuzione delle risorse economiche». Per esempio rendendo «disponibili farmaci essenziali in quantità adeguate, in forme farmaceutiche fruibili e di qualità garantita, accompagnati da un'informazione corretta e a costi accessibili ai singoli e alle comunità». In qiesto contesto, «se è innegabile che la conoscenza scientifica e la ricerca delle imprese del farmaco abbiano leggi proprie alle quali attenersi, come, ad esempio, la tutela della proprietà intellettuale e un equo profitto quale supporto all'innovazione – sottolinea il documento – queste devono trovare adeguata composizione con il diritto all'accesso alle terapie essenziali e/o necessarie, sopratutto nei Paesi meno sviluppati». Il documento denuncia a tale proposito la limitata distribuzione in questi Paesi dei farmaci orfani contro le malattie rare e le malattie neglette.

La giustizia sanitaria, precisa monsignor Jean Marie Mupendawatu, segretario del Dicastero, «è comunque declinabile in ogni parte del mondo dove emergono, non solo tra gli Stati, ma anche e sopratutto tra i cittadini di uno stesso Stato, marcate diseguaglianze di accesso alle cure, che mettono a rischio il diritto di tutela della salute».

La vaccinazione è un dovere sociale

La nuova edizione della Carta ribadisce, tra l'altro, anche l'importanza della prevenzione, settore prioritario per realizzare il diritto di tutela della salute, dove l'impegno dell'operatore sanitario consiste nel far assumere al cittadino «comportamenti e abitudini miranti ad evitare l'insorgenza, la diffusione o l'aggravamento delle malattie».

In questo ambito viene riconosciuta l'importanza degli screening e delle vaccinazioni. «Il rifiuto di vaccinarsi – ha dichiarato nel corso della presentazione della Carta Antonio Spagnolo, direttore dell'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica di Roma – può mettere a rischio la salute delle persone che non possono essere vaccinate per motivi di salute. Proprio per questo motivo la vaccinazione è un dovere sociale».

«Particolare attenzione», sottolinea poi la Carta, deve essere riservata dagli operatori sanitari anche «alla prevenzione dei disagi di fasce sociali di individui – come gli adolescenti, i portatori di handicap, gli anziani - e dei rischi per la salute connessi con il vivere odierno, in relazione all'alimentazione, all'ambiente, alle condizioni di lavoro, all'ambito domestico, allo sport, ecc...». In questi specifici casi, rileva il documento, «la possibilità effettiva ed efficace della prevenzione è legata non solo primariamente alle tecniche di attuazione, ma alle motivazioni che la sostengono e alla loro concrezione e diffusione culturale».

Assistenza erogata con dedizione e amore

Ma alla base di tutto, il documento pone il rapporto tra professionista sanitario e paziente, che deve basarsi sulla «dedizione e amore verso il prossimo». «Una tale relazione con l'ammalato – si legge – nel pieno rispetto della sua autonomia, esige disponibilità, attenzione, comprensione, condivisione, dialogo, insieme a perizia, competenza e coscienza professionale». Proprio per questo oggi «il progresso della medicina e il sorgere di sempre nuove questioni morali, richiedono da parte dell'operatore sanitario una seria preparazione e formazione continua, per mantenere la dovuta competenza professionale».

Il documento per poter affrontare con serenità le criticità che potrebbero emergere al livello clinico propone «nei principali centri ospedalieri, la costituzione di comitati etici per la prassi medica e/o di servizi di etica clinica. In essi la competenza e la valutazione medica - spiega – si confrontano e si integrano con quella delle altre presenze professionali accanto al malato, a tutela della dignità di questi e della stessa responsabilità medica».

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