Hiv. La conferma: sì, il paziente di Londra è davvero il secondo caso di guarigione al mondo dal virus

Un anno dopo

Hiv. La conferma: sì, il paziente di Londra è davvero il secondo caso di guarigione al mondo dal virus

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Immagine: © New York Times
di redazione

In un anno molte cose sono cambiate. Lo scorso marzo “il paziente di Londra” veniva presentato al mondo come il secondo caso, dopo il paziente di Berlino, ad aver eliminato il virus dell’Hiv dal proprio organismo. Allora gli scienziati avevano parlato di “remissione a lungo termine”. Oggi quel paziente ha rivelato la sua identità:  si chiama Adam Castillejo, ha 40 anni e si definisce un “ambasciatore di speranza”. 

Ma, soprattutto, oggi nel titolo di The Lancet HIV, che conferma la totale assenza di infezione dopo 30 mesi di sospensione della terapia antiretrovirale, compare il termine “cura”. 

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Ripercorriamo il caso di cui stiamo parlando. Lo scorso 5 marzo uno studio su Nature raccontava i sorprendenti “effetti collaterali” di un trapianto di cellule staminali del midollo osseo eseguito su un uomo affetto da Hiv per curare un linfoma di Hodgkin e non l’infezione virale. 

L’intervento aveva avuto come conseguenza l’eliminazione del virus dell’immunodeficienza umana in maniera così radicale da permettere al paziente di rinunciare ai farmaci antiretrovirali. Lo studio dell’anno scorso faceva il punto della situazione dopo 18 mesi dall’interruzione della terapia: il paziente di Londra era “Hiv free”. 

Oggi sulle pagine di Lancet Hiv c’è il bollettino medico aggiornato, i risultati del follow-up a un anno di distanza: dopo 30 mesi dalla sospensione dei farmaci non c’è traccia di un’infezione virale attiva. Adam Castillejo, forse ora si può affermarlo, è a tutti gli effetti guarito. 

Perché, specificano gli autori dello studio, anche se nei campioni di tessuti prelevati al paziente sono stati rinvenuti residui del Dna del virus, si tratta di una sorta di “fossili” senza alcuna capacità di replicazione. 

Nelle parole degli scienziati sembra sia scomparsa ogni cautela: il paziente di Londra è il secondo caso in assoluto di guarigione dall'HIV. 

Restano invece valide le precisazioni già presenti nello studio dell’anno scorso. Il trapianto di cellule staminali del midollo osseo non è una terapia universale da proporre a tutti i pazienti con Hiv. È una procedura rischiosa indicata solo in presenza di tumori ematologici. 

Per tutti gli altri casi la terapia antiretrovirale resta la scelta migliore e anche l’unica.

Lo ha spiegato chiaramente Ravindra Kumar Gupta dell’Università di Cambridge, principale autore dello studio. 

«I nostri risultati mostrano che il successo del trapianto di cellule staminali come cura per l'HIV, riportato per la prima volta nove anni fa nel paziente di Berlino, può essere replicato. È importante sottolineare che questo trattamento è ad alto rischio e che viene utilizzato solo come ultima risorsa per i pazienti con HIV che hanno anche neoplasie ematologiche potenzialmente letali. Pertanto, questo non è un trattamento che verrebbe ampiamente offerto ai pazienti con HIV che trattamento antiretrovirale di successo». 

L’unico altro caso noto di guarigione dall’Hiv è quello di Timothy Ray Brown, passato alla storia nel 2011 come il “paziente di Berlino”, libero dal virus dopo tre anni e mezzo di sospensione dei farmaci.

I due casi sono speculari.  Entrambi i pazienti sono stati sottoposti a un trapianto di cellule staminali provenienti da donatori portatori di una particolare mutazione genetica che garantisce la resistenza all’Hiv. Per essere più precisi, nei due donatori mancava il recettore Ccr5, una proteina presente sulle cellule del sistema immunitario che viene utilizzata dal virus per penetrare nell’organismo e infettarlo. Non trovando la porta d’accesso il virus resta fuori e non prolifera. La procedura utilizzata con il paziente di Londra, però, è stata meno aggressiva rispetto a quella usata nel primo caso.  Adam Castillejo è stato sottoposto a un solo ciclo di trapianto, invece che a due, e non ha avuto bisogno di una radioterapia total-body. 

Anche lui però, come Timothy Brown, ha seguito un ciclo di chemioterapia post trapianto per eliminare i residui del virus. 

Dalle analisi del fluido cerebrospinale, dei tessuti dell’intestino e dei linfonodi del paziente di Londra effettuate dopo 29 mesi dall’interruzione della terapia antiretrovirale non è emersa alcuna traccia di infezione virale attiva. La conta dei linfociti Cd4 indicativa delle condizioni di salute del sistema immunitario è risultata nella norma. 

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Inoltre, il 99 per cento delle cellule immunitarie del paziente provenivano dal donatore, a dimostrazione del successo del trapianto. Questo dato ha permesso  ai ricercatori di fare la migliore delle previsioni: una probabilità di guarigione del 99 per cento. 

Se il trapianto di cellule staminali non può essere la cura universale per l’Hiv, quale prospettiva si apre con questo studio? Tra gli scenari possibili c’è una terapia genica che introduce nei pazienti con Hiv il gene Ccr5 della resistenza. Ma la strada per arrivarci è lunga e complessa.