Le infezioni in ospedale uccidono più degli incidenti in auto

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Le infezioni in ospedale uccidono più degli incidenti in auto

È da tempo, ormai, che le infezioni contratte nelle strutture nosocomiali destano allarme. Eppure quasi un terzo sarebbero evitabili, grazie anche alle innovazioni tecnologiche. Proposto un Osservatorio permanente che le monitori
redazione

È come se ogni settimana precipitassero due Boeing 787 carichi di passeggeri. Sì, avete letto bene: due Boeing 787 ogni settimana. È questa l'immagine proposta da Nicola Petrosillo, direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani di Roma, per rendere l'idea delle morti provocate dalle infezioni contratte in ambienti ospedalieri. L'occasione è stato l'incontro che si è svolto a Roma martedì 31 gennaio sul tema, appunto, dell'innovazione tecnologica contro le infezioni chirurgiche ospedaliere.

Un vero e proprio flagello che, per restare in tema di viaggi e spostamenti, supera di gran lunga anche il numero delle vittime sulle strade italiane: 3.419 queste ultime nel 2015, da 4.500 a 7 mila i morti stimati per infezioni contratte in ospedale. Anche se nel nostro Paese non esiste un sistema stabile di sorveglianza, numerosi studi fanno stimare che ogni anno circa il 5-8% dei pazienti ricoverati contragga un’infezione; in altre parole, si verificano dai 450 mila ai 700 mila casi, dovuti soprattutto a infezioni urinarie, seguite da quelle delle ferite chirurgiche, polmoniti e sepsi.

Tutte cifre che fanno delle infezioni correlate all’assistenza (Ica) l’evento avverso più frequente in sanità e la complicanza più diffusa e grave nei pazienti ospedalizzati a livello mondiale.

I microrganismi che le provocano provengono o da flora batterica già presente nel paziente o arrivata dall’esterno. «Non dobbiamo dimenticare che spesso parliamo di persone fragili, debilitate e con basse difese immunitarie – osserva Petrosillo - e di pazienti frequentemente affetti da comorbosità, cioè altre malattie non infettive, oppure pazienti critici in terapia intensiva sottoposti a varie e prolungate procedure invasive».

In ospedale, soprattutto nei reparti dove si fa largo uso di antibiotici, possono circolare microrganismi “resistenti” ai farmaci, responsabili, si stima, del 16% delle infezioni nosocomiali. In particolare, il 32% di queste ultime sono conseguenza di interventi chirurgici e terapeutici complessi in pazienti metabolicamente e immunologicamente più compromessi. E coloro che contraggono un’infezione chirurgica (Ssi, Surgical Site Infections) sono cinque volte più esposti al rischio di una nuova ospedalizzazione, due volte più esposti al rischio di degenza in una unità di terapia intensiva e due volte più esposti al rischio di morte.

Le Ssi sono oggi le Ica più frequenti e più onerose. Ciascuna provoca un prolungamento di circa 7-11 giorni rispetto alla degenza ordinaria ed è causa diretta di morte nel 77% dei pazienti che le hanno contratte. «Le infezioni in chirurgia – commenta Gabriele Sganga, professore di Chirurgia alla Cattolica di Roma, intervenuto all'incontro realizzato grazie a un grant incondizionato di Johnson&Johnson – avvengono per lo più dopo chirurgia addominale, sia per patologie contratte a domicilio sia per peritoniti post-operatorie, con un trend più elevato per i malati “di passaggio” in una terapia intensiva. Sappiamo, infatti, che dal 2% al 5% dei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia “pulita” extra addominale e fino al 20% dei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia addominale svilupperanno una Ssi». Per questo è fondamentale abbattere il rischio di contrarre un’infezione già prima di entrare in camera operatoria.

«Contrastare efficacemente le Ica – conferma Antonio Silvestri, Clinical Risk Manager del San Camillo-Forlanini di Roma – rappresenta un elemento centrale del governo clinico e una buona pratica che risponde sia a un diritto di umanizzazione delle cure che a un dovere in termini di management economico» visto che, per esempio, in Italia le Ica «sono fra le prime dieci cause di denunce di sinistro in sanità e fra le prime cinque voci di spesa per risarcimenti».

Per rimanere sul terreno dei costi, come spiega Francesco Saverio Mennini, economista dell'università romana di Tor Vergata, considerato che le infezioni ospedaliere compaiono in circa tre casi ogni mille ricoveri acuti in regime ordinario, «la loro valorizzazione mediante valutazione delle giornate aggiuntive per singolo Drg ha comportato una stima media annua di 69,1 milioni. Mentre la valorizzazione delle Ica mediante Drg specifici ha comportato una stima media annua di 21,8 milioni. Numeri che devono far riflettere soprattutto sul tema dell’appropriatezza – avverte Mennini - cioè sull’adozione di misure innovative, come trattamenti e device tecnologici, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza nel limite delle risorse disponibili». Per questo l'economista auspica la realizzazione di un Osservatorio permanente sulle infezioni ospedaliere, in collaborazione anche con il ministero della Salute, «che possa monitorare annualmente il quadro nazionale delle Ica, mettendo in luce quanto il criterio dell’appropriatezza può fare per contenere il problema». Anche perché, come spiegano gli esperti, il 30% delle Ica (cioè una cifra compresa fra 135 mila e 210 mila) è potenzialmente prevenibile ed evitabile. Grazie anche all'innovazione tecnologica che, sottolinea Sganga, ha messo a disposizione dei chirurghi «un'arma in più per contrastare l’insorgenza delle Ssi: parliamo delle suture rivestite con antisettico, che consentono un’efficace prevenzione delle infezioni chirurgiche, tanto da essere state inserite come raccomandazione dall’Oms nelle nuove “Global Guidelines for the Prevention of Surgical Site Infection”».

Ps: per la cronaca, il Boeing 787 (aereo peraltro alquanto “sfortunato”, visti gli incidenti accumulati da quando è entrato in esercizio nel 2005) può trasportare fino a 330 passeggeri più una dozzina di persone di equipaggio.

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