L’insegnamento del Regno Unito. La sugar tax protegge la salute e non danneggia le industrie

La valutazione

L’insegnamento del Regno Unito. La sugar tax protegge la salute e non danneggia le industrie

A un anno dall’introduzione dell’imposta sulle bibite analcoliche, le famiglie inglesi consumano il 10 per cento di zucchero in meno a settimana. La sugar tax non ha inciso negativamente sulle vendite dei prodotti. Una soluzione ideale: si protegge la salute senza danneggiare il business

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Immagine: Maksym Kozlenko, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

La sugar tax ha funzionato, mantenendo le promesse. Le bibite vendute oggi nel Regno Unito sono meno zuccherate di quelle che si trovavano sugli scaffali dei supermercati più di un anno fa. È l’effetto dell’imposta governativa sulle aziende produttrici di bevande analcoliche chiamata “soft drinks industry levy (SDIL)” introdotta nel 2018 per scoraggiare  le industrie a riempire di zucchero i loro prodotti. Secondo i risultati di uno studio pubblicato sul British Medical Journal la sugar tax fa bene alla salute e non danneggia il business. Le vendite di bibite infatti sono rimaste stabili ma i consumatori adesso assumono meno zucchero rispetto al passato. Insomma, si è ottenuta una condizione “win-win”, con benefici per la salute senza ripercussioni sulle finanze. 

Un gruppo di ricercatori del MRC Epidemiology Unit dell’University of Cambridge ha monitorato le abitudini dei consumatori prima e dopo l’introduzione della tassa, per valutare se ci fosse stato un calo negli acquisti di soft dirink (ossia bevande analcoliche come Cola e affini) e per quantificare la riduzione del consumo di zucchero. Gli autori dello studio hanno raccolto i dati di oltre 31 milioni di acquisti tra cibo e bevande effettuati  da più 22mila famiglie tra marzo 2014 e marzo 2019, un arco di tempo che va dai due anni precedenti all’introduzione della tassa a un anno successivo.  Tutti i partecipanti hanno annotato scrupolosamente gli alimenti e le bibite  che entravano in casa di qualunque provenienza fossero, supermercati, internet, consegna a domicilio… Sono rimaste fuori dall’indagine le consumazioni dei bar, ristoranti, mense scolastiche ecc..

Dai dati è emerso che le abitudini delle famiglie sono rimaste le stesse, nessuno ha rinunciato alle bevande analcoliche ma la quantità di zucchero assunta è diminuita di 30 grammi a famiglia a settimana, o, del 10 per cento, una quantità equivalente a tre cucchiaini da tè.

La sugar tax britannica si applica ai produttori di bevande alcoliche e prevede due differenti importi in base ai livelli di zucchero del prodotto: il livello alto, rappresentato da bibite con più di 8 grammi di zucchero su 100 ml, è tassato con 0,24 sterline per litro e il livello basso (più di 5 grammi ma meno di 8 di zucchero su 100 ml) viene tassato con  0,18 sterline al litro. Le bevande con meno di 5 g di zucchero su 100 ml non vengono tassate.

Tra i principali sostenitori della strategia della sugar tax c’è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che da tempo ne caldeggia l’introduzione per ridurre il rischio di diabete 2, carie e malattie cardiovascolari. Tutte condizioni associate a un elevato consumo di zucchero. 

«Questa tassazione differenziata che invoglia l'industria a rimuovere lo zucchero dalle bevande analcoliche potrebbe rappresentare un vantaggio per la salute pubblica (riducendo lo zucchero assunto dalle bevande analcoliche senza sostituirlo con dolciumi e alcol) senza alcun danno conseguente all'industria delle bevande analcoliche (non influenzando il volume totale di bibite analcoliche acquistate)», commentano i ricercatori. 

In un editoriale di accompagnamento allo studio, gli scienziati del George Institute for Global Health considerano la scelta inglese come un esempio da seguire: il modello britannico ha prodotto i risultati sperati non c’è motivo per non imitarlo.