L’Italia che ne sa poco di sesso e non vuole più fare figli

L’Indagine

L’Italia che ne sa poco di sesso e non vuole più fare figli

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Lo Studio nazionale sulla fertilità ha indagato cosa ne sanno gli italiani di salute sessuale
di redazione

La salute sessuale e riproduttiva, in Italia, resta ancora un argomento spinoso. Non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti. Se tra i più giovani spicca una profonda differenza tra la propria percezione e le reali conoscenze possedute sul tema, tra gli adulti la preservazione della fertilità in relazione all’età e la salute sessuale maschile sono gli arcomenti con cui si fa più fatica a fare i conti. Intanto, scende inesorabilmente la propensione alla procreazione: quasi un terzo degli italiani che non hanno un figlio afferma infatti di non desiderare procreare in futuro, specie per fattori economici e lavorativi e per l’assenza di sostegno alle famiglie con figli. 

Sono alcuni dei dati emersi dallo Studio nazionale fertilità promosso dal ministero della Salute con l’obiettivo generale di raccogliere informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva nel nostro Paese. 

Lo studio, iniziato ad aprile 2016 e terminato a ottobre 2018, è stato realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la "Sapienza" Università di Roma, l’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova, l’Università degli Studi di Bologna. Nell’ambito della ricerca sono state realizzate indagini rivolte sia alla popolazione potenzialmente fertile (adolescenti, studenti universitari e adulti in età fertile), sia ai professionisti sanitari. 

Adolescenti attivi ma poco informati

Pensano di saperne molto, ma in realtà la gran parte di loro (89% dei maschi, 84% delle femmine) hanno una conoscenza inadeguata sui temi della salute sessuale e riproduttiva. La loro fonte di informazione è prevalentemente il web. 

Un terzo di loro ha avuto un rapporto sessuale completo. Il più delle volte (77%) protetto con il preservativo; c’è anche chi usa il coito interrotto (26%) e chi il calcolo dei giorni fertili (11%). Solo il 10% non usa nessun metodo contraccettivo. 

Di sesso non si parla in famiglia; ma vorrebbero che l’argomento fosse affrontato a scuola, non dai propri docenti ma da personale esperto esterno alla scuola. 

I dati derivano dall’indagine effettuata su 16.063 studenti prevalentemente di 16-17 anni. Ha coinvolto 941 classi terze di 482 scuole secondarie di secondo grado, distribuite su tutto il territorio nazionale.

Universitari: un figlio può attendere

L’indagine sugli universitari ha coinvolto 13.973 studenti con un’età media di 22 anni.

Sebbene molti dei partecipanti abbiano riferito di sentirsi adeguatamente informati in merito a tematiche di salute sessuale e riproduttiva, l’analisi dei questionari ha portato a concludere che si tratti frequentemente di una sovrastima da parte degli interessati della loro conoscenza, o talvolta l’informazione che hanno è addirittura non corretta (come per gli adolescenti). 

Più dell’80% ha dichiarato di aver già avuto rapporti sessuali completi, con un’età media al primo rapporto tra i 17 e i 18 anni, sia per i maschi che per le femmine. Il 95% usa metodi contraccettivi nei rapporti abituali: il preservativo (71%), la pillola e altri metodi ormonali (46%), coito interrotto (24%); tuttavia il 22% dichiara di aver avuto rapporti occasionali non protetti.  

Pensano che l’età giusta per diventare genitori si situi tra i 26 e i 30 anni, ma sovrastimano la durata dell’età fertile.

Mentre il 75% delle studentesse ha fatto una visita ginecologica solo 1 ragazzo su 4 è stato dall’andrologo. 

Adulti: non è tempo per essere genitori

È il ruolo dell’età nella capacità di concepire la grande incognita dell’età adulta. Le risposte dei 21.217 volontari (18-49 anni) interpellati per l’indagine mostrano infatti che non c’è piena consapevolezza del ruolo giocato dall’età nella fertilità biologica femminile e ancor più nella capacità riproduttiva maschile. Solo il 5% del campione è consapevole che le possibilità biologiche per una donna di avere figli iniziano a ridursi già dopo i 30 anni; una buona parte, 27%, pensa che questo accada intorno ai 40-44 anni. 

Va ancora peggio per la fertilità maschile. La consapevolezza che l'età giochi un ruolo importante anche per la fertilità biologica maschile sembra minore di quanto è emerso circa la fertilità femminile: nove persone su dieci (87%) forniscono una risposta assolutamente inadeguata (oltre i 45 anni) o non sanno dare alcuna indicazione. 

Preoccupante anche il dato relativo alla propensione alla procreazione: più della metà di chi ha fornito una risposta (55%) dichiara di non essere intenzionato ad avere figli. Anche considerando solo coloro che non hanno figli (né propri, naturali o adottivi, né del partner) questa quota, seppur più contenuta, non è trascurabile: quasi un terzo delle persone senza figli (31%) dichiara di non volerne neppure in futuro. 

Le motivazioni per rinunciare o rinviare la nascita di un figlio, escludendo dalla stima le persone senza un partner o che riferiscono problemi di fertilità, sono legate principalmente a fattori economici e lavorativi e all’assenza di sostegno alle famiglie con figli (41%), seguiti da quelli collegati alla vita di coppia (26%) o alla sfera personale (19%); infine ci sono problemi di salute (17%) o legati alla gestione della famiglia (12%). 

Medici: tra disinteresse e ottimismo eccessivo

L’indagine per la prima volta ha approfondito anche le conoscenze e gli atteggiamenti dei medici sulla salute sessuale e riproduttiva. 

Per quel che riguarda i medici di famiglia (pediatri di libera scelta e medici di medicina generale), anche se l’indagine ha rilevato un buon livello di conoscenza in ambito di salute riproduttiva, non sono mancate le lacune, in particolare la scarsa partecipazione a eventi di aggiornamento sulla salute riproduttiva, la ridotta produttività nel promuovere nei pazienti pratiche per la preservazione della fertilità (corretti stili di vita, vaccinazioni, etc), le scarse conoscenze sul ruolo dell’età nel declino della fertilità.

Per quel che concerne gli specialisti, l’indagine rimprovera soprattutto «un infondato ottimismo sulle possibilità delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) di risolvere sempre i casi di infertilità. Persiste, inoltre, la tendenza a consigliare la PMA a pazienti in cui è evidentemente inutile, generando aspettative che procureranno frustrazione alle coppie».