Italia tra i fanalini di coda per numero e formazione specialistica degli infermieri

Rapporto Ocse

Italia tra i fanalini di coda per numero e formazione specialistica degli infermieri

di redazione

Gli infermieri sono aumentati nei Paesi dell'Ocse, ma non in Italia. Nel nostro Paese, infatti, sono rimasti a 5,7 per mille abitanti, contro una media dei Paesi dell’Organizzazione di 8,2, con tutti gli Stati del Nord Europa sopra ai dieci ogni mille abitanti e solo alcuni dell’Est europeo al di sotto.

Eppure, sottolinea l’Ocse nel suo nuovo rapporto Health at a Glance Europe 2020, presentato nei giorni scorsi, «gli infermieri svolgono un ruolo fondamentale nel fornire assistenza negli ospedali e negli istituti di assistenza a lungo termine in circostanze normali, e il loro ruolo è stato ancora più critico durante il COVID-19 pandemia».

La carenza preesistente di infermieri (in Italia storicamente è di almeno 53 mila unità) è stata aggravata durante l'apice della pandemia, anche dal fatto che molti infermieri sono stati infettati dal virus. Nel nostro Paese secondo gli ultimi dati forniti dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) basate sulle rilevazioni e sui rapporti Inail, sono oltre 28 mila (in aumento).

L’Ocse sottolinea che la domanda di infermieri dovrebbe continuare a crescere negli anni per l'invecchiamento della popolazione, proprio mentre molti infermieri si stanno avvicinando all'età della pensione.

Gli infermieri sono molto più numerosi dei medici nella maggior parte dei paesi dell'Unione europea, dove nel 2018, c'erano in media più di due infermieri per medico.

In Italia questa proporzione, sempre secondo i nuovi dati Ocse, è invece scesa dall’1,5 dello scorso Rapporto a 1,4 e il nostro Paese va meglio, nell’Ue, solo di Portogallo, Cipro, Lettonia (dove comunque il rapporto è di 1 a 3) e Bulgaria e in assoluto in Europa anche di Macedonia (con lo stesso rapporto dell’Italia) e Turchia.

In risposta alla carenza di medici, spiega l’Ocse, diversi Paesi hanno iniziato a implementare ruoli più avanzati per gli infermieri in ospedale e cure primarie. Questa impostazione ha anche riscontrato nei Paesi Ocse che l’hanno adottata un alto tasso di soddisfazione dei pazienti, mentre l'impatto sui costi ha mostrato una riduzione e comunque nessun innalzamento rispetto al pregresso.

«Nel nostro Paese – commenta Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi - finora abbiamo assistito a varie forme di integrazione del personale, dall’utilizzo dei neolaureati per attività che possano liberare infermieri più esperti alle task force mirate della Protezione civile alle quali hanno risposto decine di migliaia di infermieri volontari, dalla messa in campo degli infermieri militari all’utilizzo dei liberi professionisti e così via. Ma non sono provvedimenti emergenziali a risolvere la situazione. La Federazione – conclude - è a disposizione delle altre istituzioni per creare in tempi rapidissimi un percorso che integri gli organici quanto più velocemente e correttamente possibile».