Lavori usuranti. Così le fatiche quotidiane peggiorano la salute

Diseguaglianze

Lavori usuranti. Così le fatiche quotidiane peggiorano la salute

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Le differenze si vedono soprattutto nel genere femminile. Complessivamente, una donna di 30 anni che svolge un lavoro faticoso ha una prospettiva di 3 anni in meno di vita lavorativa, 11 mesi di congedo per malattia e 16 mesi di disoccupazione in più.
di redazione

L’età pensionabile non può essere la stessa per tutti. Fanno bene i Paesi che prevedono trattamenti diversi basati sugli sforzi fisici richiesti dalla professione. Chi svolge un lavoro fisicamente impegnativo rischia infatti di doversi fermare prima degli altri per ragioni di salute. È quanto dimostra uno studio danese pubblicato su Occupational & Environmental Medicine

I ricercatori invitano i legislatori dei Paesi europei a resistere alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio: l’aumento dell’aspettativa di vita potrebbe indurre a ritardare l’età pensionabile per tutti, bisogna invece fare i dovuti distinguo consentendo a chi ogni giorno mette a dura prova i muscoli di mettersi a riposo prima degli altri. In Danimarca l’età della pensione prevista dalla legge è destinata ad aumentare e passerà dai 65,5 anni del 2019 ai 72 del 2050. 

Tuttavia l’età anagrafica non sempre è il parametro ideale in base al quale decidere chi è nelle condizioni di svolgere una professione e chi no. 

Per misurare l’impatto di un incarico fisicamente logorante sulla capacità di lavorare, i ricercatori hanno analizzato i dati di 1,6 milioni di danesi di età compresa tra i 18 e i 65 anni che risultavano impiegati nel novembre del 2013. 

L’indagine ha preso in considerazione due indicatori: l’aspettativa di vita lavorativa, che equivale agli anni di lavoro che una persona di una data età ha di fronte a sé prima di lasciare l’attività, e il livello di sforzo fisico richiesto dalla profesione misurato con una scala di valutazione chiamata “sistema delle matrici di esposizione occupazionale” o “Jem” ( job exposure matrix). 

La scala Jem attribuisce un punteggio specifico a 317 categorie differenti di lavoro distinguendo tra le professioni fisicamente poco impegnative (punteggio inferiore a 16), moderatamente impegnative (tra 16 e 28) ed estremamente impegnative (con punteggio superiore a 28). 

A quest’ultima categoria appartengono i lavori manuali del settore edilizio, come carpentieri, muratori, imbianchini, idraulici, le professioni legate alle pulizie o alle attività manufatturiere. 

I ricercatori hanno preso nota dei periodi di congedo per malattia, dello stato di disoccupazione e della pensione di invalidità per ciascun partecipante per i successivi quattro anni rispetto all’inizio dell’indagine, fino al 2017. L’analisi finale ha riguardato i lavoratori di 30, 40 e 50 anni. È emerso che i lavoratori delle categorie con punteggio Jem più elevato avevano un’aspettativa di vita significativamente più breve rispetto a chi svolgeva professioni fisicamente meno impegnative. 

Gli uomini di 30 anni di età con attività lavorative faticose possono contare su altri 32 anni di vita lavorativa in confronto ai 34 anni degli altri lavoratori. Per le donne della stessa età che svolgono un’attività fisicamente impegnativa l’aspettativa di vita lavorativa è di 29,5 anni in confronto ai 33 anni delle altre categorie. 

Complessivamente, una donna di 30 anni ha 3 anni in meno di vita lavorativa, 11 mesi di congedo per malattia e altri 16 mesi di disoccupazione. Per un uomo della stessa età, si registrano 2 anni in meno vita lavorativa, 12 mesi di congedo per malattia e 8 mesi di disoccupazione. 

I ricercatori sono consapevoli della possibilità che i risultati possano essere condizionati anche da altri fattori, come lo stile di vita, l’obesità, il fumo ecc… Nonostante ciò sono convinti che la fatica fisica abbia un impatto notevole sulla durata dell’attività lavorativa di cui la politica deve tenere conto.

«Questo studio ha dimostrato che l’impegno fisico è un fattore di rischio per una aspettativa di vita lavorativa ridotta e per un aumento degli anni di assenza per malattia e di disoccupazione», concludono i ricercatori.