Long Covid come la sindrome da fatica cronica.È una malattia psicologica, fisica o mediatica?

Corsi e ricorsi

Long Covid come la sindrome da fatica cronica.È una malattia psicologica, fisica o mediatica?

Il sintomo è comune: una spossatezza invalidante e persistente. Quali le cause? Come si cura? Sul long Covid la comunità scientifica è divisa come lo è stata sulla sindrome della fatica cronica. E ancora una volta non c’è accordo sui benefici dell’esercizio fisico

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Immagine: User:Burrows, Public domain, via Wikimedia Commons
di redazione

È un disturbo fisico? È solo psicologico? È entrambe le cose? Oppure è una patologia inesistente?

Le discussioni sulla cosiddetta “sindrome da fatica cronica” o “encefalomielite mialgica” vanno avanti da decenni. Oggi gli stessi quesiti, rimasti sostanzialmente senza risposta, vengono nuovamente riproposti tali e quali alla comunità scientifica riguardo al long Covid. 

Perché il sintomo principale della sindrome post infezione da coronavirus ricorda molto da vicino quello della encefalomielite mialgica: una spossatezza prolungata, persistente, debilitante che trasforma le normali attività della vita quotidiane in imprese estenuanti a cui viene voglia di rinunciare prima ancora di averci provato. 

La giornalista Melanie Newman ha raccontato sulle pagine del British Medical Journal l’effetto da déjà-vu sperimentato dai medici di fronte ai  pazienti con la sindrome post-Covid. Tutto già visto nelle persone affette da stanchezza cronica. E oggi come allora ci si chiede quanto pesi la psiche, quanto il fisico e quanto l’attenzione mediatica. 

Il dilemma è di lunga data. I risultati del trial clinico PACE pubblicati sul Lancet nel 2011 che dimostravano benefici superiori ai farmaci della terapia cognitivo comportamentale e dell’attività fisica in alcuni pazienti con sindrome da fatica cronica erano stati ampiamente contestati da chi si rifiutava di attribuire al disturbo una natura prevalentemente psicologica. La stessa discussione, tale e quale, è in corso oggi sulla sindrome del long Covid. C’è chi sostiene prevalga l’aspetto psicologico, chi quello fisico, chi preferisce pensare a una combinazione dei due e chi infine dà la colpa ai media per aver inventato una patologia che non esiste. Tutto ciò si ripercuote sulla gestione dei sintomi molto diffusi tra chi è stato colpito da Covid-19. Nel Regno Unito circa 376mila persone continuano a provare una stanchezza estrema un anno dopo la guarigione. Melanie Newman ha intervistato medici, psicologi, pediatri che seguono pazienti affetti dal long Covid e dato voce al loro disagio nella scelta del trattamento più indicato. La “fazione” di esperti che nega la componente psicologica è contraria a qualunque sperimentazione di terapie cognitivo comportamentali o di trattamenti basati sul graduale esercizio fisico perché teme che in questo modo possano essere trascurati problemi fisici seri con il rischio di peggiorare ancora di più il quadro clinico. 

Insomma, il long Covid, esattamente come la sindrome da fatica cronica, resta un rompicapo per la medicina e la ricerca di soluzioni valide universalmente sembra destinata a fallire. I pazienti con la sindrome del long Covid sono un gruppo eterogeneo, ed è difficile individuare il giusto trattamento per ognuno di loro. La questione dei benefici dell’esercizio fisico, per esempio, resta aperta. Chi ha rispolverato i risultati del trial clinico PACE sulla sindrome da stanchezza cronica cercando di dimostrarne la validità anche per il long Covid è stato criticato da chi teme che l’attività fisica possa essere un boomerang più che un aiuto. 

«I miei pazienti di vecchia data con long Covid che soddisfano i criteri della sindrome da stanchezza cronica sembrano peggiorare con un intenso esercizio aerobico. Tuttavia, i pazienti con Covid lungo sono un gruppo molto diversificato e ce ne sono molti altri che hanno bisogno di un regime basato sull’esercizio», ha spiegato a Melanie Newman, Paul Whitaker, pneumologo fondatore di una struttura interamente destinata a pazienti post Covid nello Yorkshire.