Maggior rispetto per l'ambiente. È la prima regola per prevenire le future pandemie

L’appello

Maggior rispetto per l'ambiente. È la prima regola per prevenire le future pandemie

Il contatto tra uomini e fauna selvatica è a rischio di spillover. Per questo è necessario ridurre la deforestazione e fermare il commercio di animali selvatici. Così si ridurrebbe del 27% la probabilità di una nuova pandemia. L’appello su Science: investire nella conservazione della natura

di redazione

La storia insegna. O almeno dovrebbe, soprattutto quando la lezione è sempre la stessa. Repetita iuvant: abbiamo avuto l’Hiv, poi Ebola, Mers, Sars, e infine Sars Cov2. Negli ultimi cent’anni almeno due nuovi virus ogni anno si sono diffusi dagli animali, in molti casi selvatici, all’uomo. Sappiamo che primati, pipistrelli e altri animali che vivono in natura ospitano patogeni pronti a fare il salto di specie, il temutissimo “spillover”. 

Cosa c’è da imparare da tutto questo? Che il distanziamento più utile e necessario per evitare nuove epidemie è quello tra Homo sapiens e fauna selvatica. Ne sono convinti gli autori di uno studio su Science che è anche un appello ai governi di tutto il mondo a interrompere o regolamentare in maniera più rigida due deleteri interventi sulla natura: la deforestazione e il commercio di fauna selvatica. Prendiamo il caso dei pipistrelli, considerati probabili reservoir dei virus che hanno scatenato le epidemia di Ebola, Sars e Covid 19. È molto più probabile che questi animali vadano a caccia di cibo in ambienti frequentati dall’uomo se il loro habitat naturale non è più in grado di sfamarli perché è stato decimato dagli interventi antropici. E il contatto ravvicinato con gli uomini può essere fatale. Ugualmente rischiosi, come sappiamo bene, sono i mercati di carne selvatica, legale o illegale che sia, potenziali focolai di infezioni da nuovi virus.  

Gli scienziati hanno calcolato che le future pandemie potrebbero essere evitate con un investimento di 22 miliardi di dollari all’anno in programmi per frenare il traffico di specie selvatiche e arginare la distruzione delle foreste tropicali. Soldi ben spesi, se si considerano  i 2.600 miliardi di dollari già persi con COVID-19 e gli oltre 600mila decessi causati dal nuovo coronavirus virus finora. 

Pensando a lungo termine, il costo totale delle misure preventive per i prossimi 10 anni sarebbe equivalente a circa il 2 per cento dei costi stimati per la pandemia di COVID-19, che secondo  alcuni economisti potrebbero raggiungere dai 10 ai  20 mila miliardi di dollari. 

Ridurre la deforestazione

I confini delle foreste tropicali sono potenziali trampolini di lancio di nuovi virus. Qui dove i contatti tra uomini e animali sono più frequenti, aumenta il rischio di spillover. Negli ultimi anni queste zone di confine si sono moltiplicate in seguito alla costruzione di strade, miniere e aree di disboscamento all’interno delle foreste e la trasmissione di agenti patogeni dagli animali agli esseri umani è diventata di conseguenza più probabile. 

«Il chiaro legame tra la deforestazione e la comparsa di virus suggerisce che un grande sforzo per mantenere intatta la copertura forestale avrebbe un grande ritorno sugli investimenti, anche se il suo unico vantaggio fosse quello di ridurre le emergenze dovute alle epidemie», scrivono i ricercatori.

Secondo gli scienziati le aree al confine delle foreste tropicali in cui è stato perso oltre il 25 per cento della foresta originale tendono a diventare pericolosi focolai di infezioni da animale a uomo.

Il commercio di fauna selvatica

I ricercatori non hanno dubbi: COVID-19 è l'enorme prezzo che l’umanità paga per essere entrata a stretto contatto con specie di animali selvatiche. Responsabili sono i cacciatori, i commercianti, i consumatori che maneggiano carne viva o morta di esemplari venduti nei mercati o consegnati direttamente ai privati che ne fanno richiesta. Gran  parte di questo traffico è illegale. Le convenzioni internazionali come la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e di fauna minacciate di estinzione (CITES) affrontano solo una parte del problema. Le reti regionali e le agenzie nazionali che controllano il commercio e che sono incaricate di applicare le sanzioni sono gravemente sottofinanziate, commentano gli autori dello studio. 

Impedire il commercio di fauna selvatica, si rendono conto gli scienziati, non è un’impresa semplice. C’è di mezzo il business e la tradizione culturale. In Cina, il commercio di fauna selvatica è un'industria da 20 miliardi di dollari che impiega circa 15 milioni di persone. Per questo la decisione del Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo della Cina, di vietare il commercio e il consumo di animali selvatici a partire dallo scorso febbraio è ancora al centro di polemiche e critiche. 

«Leggi che vietino il commercio nazionale e internazionale delle specie che possono essere serbatoi di malattie ad alto rischio e la volontà di garantirne l'applicazione sono misure necessarie e precauzionali per prevenire le malattie zoonotiche. Per legge devono essere tenuti fuori dai mercati i primati, i pipistrelli, i pangolini, gli zibetti e i roditori», scrivono i ricercatori. 

Il vantaggio delle misure di prevenzione

I costi della prevenzione sono ampiamente giustificati:  applicando per un solo anno queste strategie preventive (riduzione della deforestazione e blocco del commercio di fauna selvatica) si potrebbe ridurre la probabilità di un'altra pandemia come COVID-19 nell’anno successivo di circa il 27 per cento. È un investimento vantaggioso, anche ignorando i benefici che le due iniziative avrebbero per l’ambiente.