Le mascherine funzionano. Quanti dati servono ancora per convincersene?

La domanda

Le mascherine funzionano. Quanti dati servono ancora per convincersene?

Sta per partire in Guinea-Bissau una sperimentazione su 40mila persone randomizzata e controllata per valutare l’efficacia delle mascherine nel limitare il contagio di Covid-19. Ma ce ne è davvero bisogno? Non bastano i dati che abbiamo raccolto finora, tanti e convincenti? Se ne parla su Nature

COVID-19_(Coronavirus)_Girl_in_mask.jpg

Immagine: https://www.vperemen.com
di redazione

In fondo basterebbe il “caso del parrucchiere” a convincerci che la mascherina funziona. Ogni Paese, c’è da scommetterci, ha il suo e quello del Missouri citato da Nature vale per tutti: l’hair stylist in questione, che ha diligentemente usato la mascherina mentre lavorava, si è ammalato di Covid, ha trasmesso l’infezione a tutta la sua famiglia ma a nessuno dei suoi clienti. 

L’obiezione è legittima: si tratta di un aneddoto e non di prove scientifiche. Sì, ma gli aneddoti di questo tipo sono tanti e diversi e sembrano davvero dire tutti la stessa cosa. Per restare negli Usa: perché le proteste di Black Lives Matter dove la maggior parte dei partecipanti indossava la mascherina non hanno scatenato il contagio? 

Perché invece un campo estivo in Georgia (noi potremmo scegliere le discoteche della Costa Smeralda) dove i bambini non indossavano le mascherine si è trasformato in un focolaio?  

Si potrebbe aggiungere qualche altra osservazione di buon senso per chiarire i dubbi: ci sarà un motivo per cui i chirurghi si proteggono la bocca mentre operano. È piuttosto ovvio immaginare che la mascherina limiti la diffusione di un virus che si trasmette per via aerea. Il web è pieno di video dimostrativi sulle droplets bloccate dalle barriere protettive. 

Ma ancora non ci siamo. Il buon senso e l’aneddotica non bastano. Mancano i dati. E a questo punto però la comunità scientifica si trova in imbarazzo: quanti dati servono? Qual è la prova definitiva che possa dimostrare una volta per tutte che l’uso della mascherina è una strategia efficace nella lotta a una pandemia scatenata da un virus respiratorio? 

Il dilemma della scienza ai tempi di Covid-19: randomizzare o non randomizzare 

Il dilemma dello scienziato è ben raccontato nell’articolo su Nature. C’è chi sostiene che non serva avere nuove prove perché se ne hanno già in abbondanza dagli studi del passato e chi invece vorrebbe chiudere per sempre la questione mostrando a tutto il mondo i risultati di una sperimentazione risolutiva, di quelle che mettono a tacere per sempre le obiezioni, ossia randomizzata e controllata su un campione ampio.

In sostanza nella comunità scientifica si stanno delineando due linee di pensiero, tra i puristi della randomizzazione anche in tempi di pandemia e i critici che non la ritengono necessaria. Della prima scuola di pensiero fa parte Christine Benn della University of Southern Denmark di Copenhagen che è pronta a partire con un trial randomizzato in Guinea-Bissau. Verranno coinvolte 40mila persone divise in due gruppi, uno verrà guidato e costantemente invitato all’uso delle mascherine, l’altro no. Non può sfuggire il problema etico:  le persone del gruppo di controllo sono esposte a un rischio troppo elevato. Ma la ricercatrice risponde che gli verranno date tutte le altre informazioni per proteggersi dal virus e che non c’è altro modo per ottenere dati certi sull’efficacia delle mascherine nella gestione della pandemia. 

I critici invece ricordano un detto caro a molti scienziati: non c’è bisogno di un trial randomizzato controllato per testare l’efficacia del paracadute. 

Anche perché le prove che la scienza ha raccolto finora nelle pandemie del passato e in quella attuale, secondo loro, bastano e avanzano. 

Quel che si sa finora

Uno studio pubblicato in anteprima, ma ancora in attesa di revisione, uscito lo scorso agosto aveva indagato l’associazione tra i tassi di mortalità e l’uso della mascherina, scoprendo che gli aumenti settimanali della mortalità erano quattro volte inferiori nei Paesi in cui le mascherine venivano utilizzate ampiamente o erano raccomandate dal governo, rispetto ad altri Paesi dove se ne faceva un uso inferiore.

Un altro studio pubblicato su Health Affairs aveva valutato l’impatto dell’uso obbligatorio delle mascherine negli Stati Uniti tra aprile e maggio, stimando che la protezione del naso e della bocca avesse ottenuto una riduzione di più del 2 per cento dei casi di Covid al giorno evitando in tutto circa 45mila casi. 

Non si può escludere però che altri fattori possano avere influenzato il risultato. Spesso l’obbligo di usare la mascherina è accompagnato dal divieto di assembramento. Quale dei due provvedimenti ha avuto il maggiore impatto? 

Gli studi sugli animali aiutano

Escludere gli elementi di disturbo negli studi sugli animali è più semplice. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Hong Kong ha posizionato alcuni criceti infetti in gabbie adiacenti a criceti sani, usando, in alcuni casi e non in altri, delle mascherine chirurgiche come divisori. In assenza della barriera, circa due terzi degli animali non infetti avevano contratto il virus Sars-Cov-2, mentre solo il 25 per cento circa degli animali protetti era stato infettato. Non solo: gli esemplari contagiati attraverso la mascherina erano malati meno gravemente dei loro simili lasciati senza protezione. 

Questo risultato è in linea con quanto suggerito da un altro studio condotto da Monica Gandhi, della University of California, San Francisco pubblicato lo scorso luglio: l’uso delle mascherine sembrerebbe ridurre la dose del virus in ingresso provocando infezioni leggere o addirittura asintomatiche. 

È lo studio che ha suggerito l’ipotesi di un possibile ruolo immunizzante delle mascherine: se aumenta il numero dei malati lievi potrebbero aumentare le probabilità di raggiungere un’immunità di gregge a costi ragionevoli.

Il rischio del senso di sicurezza è un falso problema

No. L’uso della mascherina non è un boomerang. Non è vero, e c’è uno studio che lo dimostra, che con una mascherina sul viso ci si sente più sicuri e si presta meno attenzione ad altri potenziali rischi. Anzi, accade il contrario. Chi indossa il dispositivo di protezione rispetta di più le altre misure di prevenzione come il distanziamento sociale.