La metà dei malati terminali riceve farmaci a scopo preventivo

La metà dei malati terminali riceve farmaci a scopo preventivo

redazione

Stanno per morire, ma continuano a ricevere farmaci preventivi il cui scopo è quello di evitare che si verifichino eventi gravi, per esempio un ictus. 

Così da una parte non beneficiano degli effetti protettivi di questi medicinali, dall’altra, però, possono soffrire degli effetti dell’interazione con altri medicinali. 

È la sorte paradossale di molti pazienti terminali con cancro secondo quanto emerso da uno studio frutto della collaborazione tra l’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologche Mario Negri e la Fondazione Vidas, associazione che dall’inizio degli anni Ottanta assiste malati inguaribili in hospice dedicati e al loro domicilio. 

Lo studio ha indagato la qualità delle prescrizioni farmacologiche su 589 pazienti assistiti presso l’hospice Casa VIDAS tra marzo 2015 e febbraio 2017. 

Pazienti per i quali lo scopo della terapia dovrebbe essere soltanto il controllo palliativo dei sintomi e non il prolungamento della vita. 

Come previsto, la ricerca ha evidenziato un diffuso utilizzo di farmaci finalizzati al controllo dei sintomi. Tuttavia, circa la metà dei pazienti al momento del decesso continuava a ricevere la prescrizione di almeno un farmaco con effetti preventivi e, dunque, non più utile. In particolare, i farmaci antiulcera e gli antitrombotici sono risultati essere i trattamenti preventivi maggiormente prescritti durante tutta la permanenza in hospice. 

«I farmaci con effetto preventivo - sostengono Luca Pasina, farmacologo dell’Istituto Mario Negri e Angela Recchia, ricercatrice di Vidas - non hanno alcun valore terapeutico se il tempo necessario per osservare il beneficio è superiore all’aspettativa di vita e per questo motivo dovrebbero essere sospesi. Tuttavia, quest’attitudine non rientra nella normale pratica clinica. Come conseguenza i soggetti in fine vita sono spesso esposti a trattamenti futili e a interazioni tra farmaci potenzialmente gravi ma evitabili», aggiungono. «Nonostante, infatti, nello studio sia stata osservata una riduzione nell’uso di farmaci preventivi, rimangono tuttavia ampi margini di miglioramento. Criteri condivisi tra ricercatori e medici palliativisti, mirati a fornire suggerimenti sui farmaci non necessari nel fine vita, sono fortemente raccomandati sia per evitare effetti indesiderati in questi pazienti sia per migliorare la qualità delle prescrizioni e ridurre i costi», concludono Pasina e Recchia.