Non è vero che portano malattie. I miti sui migranti sfatati dai dati

Il rapporto

Non è vero che portano malattie. I miti sui migranti sfatati dai dati

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Dopo due anni di lavoro gli esperti della Lancet Commission on Migration and Health sono pronti a demolire uno dopo l’altro gli stereotipi sugli immigrati. A cominciare dai più pericolosi: no, non portano malattie e non pesano sui sistemi sanitari
di redazione

“Portano malattie”, “sono un peso per il nostro sistema sanitario”, “danneggiano l’economia del Paese”, “sono un pericolo per gli individui e per la società”.  Sono gli stereotipi sui migranti che portano acqua al mulino delle politiche restrittive sull’immigrazione, facili argomenti con cui sostenere gli accessi limitati al proprio territorio, al proprio sistema sanitario, al proprio stile di vita. Luoghi comuni che la UCL-Lancet Commission on Migration and Health, un gruppo indipendente di scienziati, politici ed esperti di salute pubblica impegnati a studiare il fenomene migratorio, ha smontato uno dopo l’altro con una montagna di prove scientificamente fondate raccolte in due anni di lavoro.  Il rapporto è stato lanciato l’8 dicembre alla vigilia della Intergovernmental Conference to Adopt the Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration dell’Onu di Marrakech (10-11 dicembre).

 

È vero che ci stanno invadendo?

Nel 2018 più di un miliardo di persone si sono spostate nel mondo, un quarto delle quali erano migranti che hanno attraversato confini nazionali. 

Ma dove si sono diretti? Sorprenderà sapere che la maggior parte delle migrazioni avviene tra Paesi a basso o medio reddito. Con buona pace di chi diffonde tra i cittadini dei Paesi ad alto reddito timori per incontrollabili invasioni, gli autori del rapporto dimostrano che la percentuale di individui che si sono spostati verso nazioni ricche in cui attualmente risiedono è molto più bassa rispetto a quella registrata nei Paesi a basso o medio reddito. Turchia e Siria hanno un numero di ingressi molto superiore a quello del nostro Paese, per esempio.

Gli esperti della Lancet Commission fanno anche notare che a livello mondiale il numero di migranti internazionali è cresciuto di poco negli ultimi anni, passando da 2,9 per cento del 1990 a 3,4 per cento del 2017.

È vero che i Paesi ad alto reddito hanno assistito a un aumento dell’ingresso di migranti (da 7,6% del 1990 a 13,4% nel 2017), ma è anche vero che rientrano nel conteggio gli studenti che rimangono giusto il tempo di completare la formazione e i lavoratori che contribuiscono alla crescita economica del Paese che li ha accolti. 

In passato il mondo ha conosciuto ondate migratorie di ben altra portata (si pensi alla colonizzazione dell’America o dell’Australia da parte degli europei). 

«In generale i modelli di spostamento sono per lo più locali e legati a contesti specifici - scrivono gli autori del rapporto - Con nazioni meno ricce che ospitano un numero sproporzionato di popolazioni sfollate». 

Sono un danno per l’economia?

No. Al contrario, in pochi conoscono i vantaggi economici delle migrazioni. Gli autori del rapporto calcolano che per ogni aumento dell’1 per cento della popolazione immigrata adulta, si ha un aumento del prodotto interno lordo per persona del 2 per cento. Nella maggior parte dei casi il contributo dei migranti alle casse dello Stato che li ospita, sotto forma di tasse, supera il costo dei servizi sanitari o di altro tipo di cui usufruiscono. La Banca Mondiale ha stimato che i migranti hanno inviato una somma totale di 613 miliardi di dollari alle loro famiglie di origine nel 2017, più del triplo rispetto al contributo internazionale allo sviluppo. 

Sono un peso per il sistema sanitario? 

Tutt’altro. I migranti sono una risorsa per il sistema sanitario di molti Paesi ad alto reddito. «Gli ospedali, le case residenziali, i centri per l'infanzia e i servizi di pulizia domestici e professionali - si legge nel rapporto - sono spesso gestiti da migranti. I migranti costituiscono una parte considerevole della forza lavoro di assistenza sanitaria in molti Paesi ad alto reddito». Si guardi al Regno Unito, per esempio, dove il 37 per cento dei medici ha un diploma preso in un altro Paese. Inoltre, secondo i dati epidemiologici gli immigrati nei Paesi ricchi hanno un tasso di mortalità inferiore rispetto alla popolazione generale per cancro, malattie cardiovascolari, dell’apparato digerente, endocrine e digestive. Sono anche meno soggetti a malattia mentale rispetto alla popolazione del Paese di accoglienza. Il numero di decessi per tubercolosi, epatiti virali e Hiv è invece più alto nei migranti, ma il rischio di contagio per la popolazione ospitante resta basso. 

«Discorsi populisti demonizzano gli stessi individui che sostengono le economie, l’assistenza sociale e i servizi sanitari - ha dichiarato  Ibrahim Abubakar, presidente della Lancet Commission - Mettere in discussione il contributo dei migranti all'assistenza sanitaria sulla base di credenze infondate favorisce atteggiamenti di esclusione, danneggiando la salute delle persone, della nostra società e delle nostre economie». 

Portano malattie?

È uno dei sospetti più radicati e più pericolosi: additare come untori gli stranieri è un modo molto efficace per alimentare atteggiamenti intolleranti. 

Ma le paure sono infondate. È vero: il rischio di introdurre nuove malattie nei Paesi in cui si arriva è esistito in passato e noi europei dovremmo saperlo bene visto che abbiamo decimato le popolazioni indigene del Sudamerica con i virus e i batteri provenienti dal Vecchio Mondo. Ma ora le cose sono diverse. I sistemi di profilassi e le vaccinazioni hanno reso le malattie meno temibili. Con un efficace sistema di sorveglianza la diffusione di agenti patogeni pericolosi è molto bassa. 

Nel caso della tubercolosi, poi, va ricordato che i rischi di contagio sono molto più elevati all’interno delle comunità di migranti piuttosto che all’esterno. 

«La creazione di sistemi sanitari che integrino le popolazioni migranti porterà benefici a tutti con un migliore accesso alla salute e vantaggi per le popolazioni locali - ha detto Abubakar - Non farlo potrebbe essere più costoso per le economie nazionali, la sicurezza sanitaria e la salute globale rispetto ai modesti investimenti richiesti per proteggere il diritto alla salute dei migranti e garantire che i migranti possano dare il loro contributo alla società».

Fanno troppi figli e diventeranno più numerosi di noi

Ancora una volta sono i dati a smentire le cristallizzate convinzioni. 

Gli ultimi studi a lungo termine suggeriscono che i migranti non travolgono l’aspetto demografico del Paese che li ospita. Nelle nazioni ricche dove il tasso di natalità è al di sotto dei 2 figli per donna, gli immigrati non hanno famiglie più numerose. 

Uno studio condotto in sei Paesi europei ha dimostrato anzi che i tassi di fertilità tra le donne migranti erano, in generale, inferiori a quelli delle popolazioni ospitanti.

Tolleranza zero? Sì ma con la discriminazione

«La Commissione - scrivono glia autori del rapporto -  invita i governi a migliorare l'accesso dei migranti ai servizi a rafforzare il diritto alla salute dei migranti e a garantire i più ampi determinanti della salute dei migranti, compresa l'adozione di un approccio di tolleranza zero al razzismo e alla discriminazione».

Respingere un migrante per ragioni di salute è diventato sempre più comune. In Australia, la domanda di residenza permanente può essere rifiutata nel caso in cui il richiedente abbia una malattia. I cinque motivi più comuni sono disabilità intellettive o fisiche, l'Hiv, cancro e malattia renale. Nel mondo esistono 35 paesi che impongono qualche forma di divieto di viaggio per persone con Hiv. «Restrizioni all'entrata o deportazioni per malattie a basso rischio di trasmissione casuale - concludono gli autori - sono inammissibili per motivi di salute pubblica e diritti umani». 

Italia: accesso ai servizi sanitari per tutti

«Nella nostra analisi sulle politiche di integrazione dei migranti - si legge nel rapporto - l'Italia ha ricevuto il punteggio più alto di tutti i Paesi, con un sistema particolarmente inclusivo che garantisce ai richiedenti asilo e ai migranti legali gli stessi servizi sanitari dei cittadini. In Italia, i migranti privi di documenti hanno comunque accesso a un'ampia copertura sanitaria, che è specificata nella legge del Paese».