Il nuovo direttore dei Cdc: «È possible porre fine all’Aids negli Usa entro 7 anni»

La previsione

Il nuovo direttore dei Cdc: «È possible porre fine all’Aids negli Usa entro 7 anni»

Robert Redfield è convinto che gli strumenti attuali permettano di raggiungere l’obiettivo
redazione

Robert Redfield.jpg

Fermare definitivamente l’epidemia in poco tempo? È possibile. Puntando sulle strategie di prevenzione attualmente disponibili: i preservativi ma soprattutto la profilassi pre-esposizione.

L’Aids? Entro 7 anni potremmo fermare l’epidemia. Lo ha dichiarato Robert Redfield, il nuovo direttore dei Centers for Disease Control and Prevention convinto che, almeno negli Usa, gli strumenti per fermare definitivamente la diffusione del virus esistano e siano efficaci. Basterebbe usarli.

Certamente si tratta di un traguardo ambizioso se si pensa che nel 2016 negli Usa sono state diagnosticate 40 mila persone con l’Hiv. Come si può fermare l’Aids in così poco tempo?

Sembrano lontani i tempi in cui Redfield, che vanta una lunga carriera di ricercatore sull’Hiv, frequentava i militanti dell’Americans for a Sound Aids/Hiv Policy (Asap), l’organizzazione ultra conservatrice di ispirazione cristiano evangelica che promuoveva l’astinenza come unica arma di prevenzione contro il contagio. 

Ora Redfield, noto per essere un fervente cattolico, punta sull’uso dei preservativi per bloccare la diffusione del virus dichiarando di non aver mai promosso la sola astinenza come strategia preventiva («I’ve never been an abstinence-only person»). 

Ma il piano per liberare gli Usa dall’Aids prevede anche altro, come una diffusione capillare dei farmaci antivirali per la profilassi pre-esposizione tra le persone a rischio di infezione. 

Attualmente esistono in America 1,2 milioni di persone che corrono il pericolo di contrarre l’Hiv, ma solamente il 10-20 per cento di queste segue la profilassi che permetterebbe di evitare il contagio. 

Redfield ha lavorato per 20 anni all’Army Medical Corps, dove ha fondato e diretto il dipartimento di ricerca retrovirale. In seguito ha fondato l’Institute of Human Virology (Ihv) alla Università del Maryland insieme a Robert Gallo, uno dei co-scopritori dell’Hiv ed è stato membro dell’Advisory Council on Hiv/Aids tra il 2005 e il 2009. Le sue competenze sulla malattia infettiva esplosa negli Usa negli anni Ottanta non vengono messe in discussione da nessuno.

Tuttavia la sua nomina ai vertici dei Cdc ha suscitato reazioni contrastanti, come ricorda Science.

C’è chi come Robert Gallo ha condiviso la scelta governativa descrivendo il collega come «il candidato ideale» e chi come Peter Lurie, direttore del Center for Science in the Public Interest, non dimentica l’appoggio dato da Redfield a «una varietà di programmi sull’Hiv/Aids che sono considerati un anatema per la gran parte degli esperti di salute pubblica». 

Lurie si riferisce al progetto, appoggiato da Redfield, di rendere obbligatorio il test dell’Hiv e di mettere in quarantena i soldati sieropositivi. 

Ma tutto ciò accadeva molto tempo fa e all’epidemiologo Gregg Gonsalves un attivista delle campagne sull’Aids degli anni Novanta, professore della Yale Law School, sembra giusto concedere a Redfiled il beneficio del dubbio: «Ha un passato controverso, ma se ciò significa che abbia anche un futuro controverso ai Cdc è difficile dirlo». 

Nonostante la scoperta di un vaccino per l’Hiv rimanga un obiettivo difficile da raggiungere, Redfield è convinto che gli strumenti attualmente a disposizione siano sufficienti per prevenire la diffusione del virus e per fermarne l’epidemia in soli 7 anni.