L’occasione perduta dei test genetici

Innovazione

L’occasione perduta dei test genetici

Conoscere il rischio di andare incontro ad alcune malattie non spinge ai cambiamenti che potrebbero ridurre quel rischio. Una ricerca dell’Università di Cambridge boccia l’utilità dei kit che forniscono informazioni genetiche acquistabili on line
Giovanna Dall’Ongaro

Da dieci anni a questa parte avere informazioni sul proprio Dna è semplice ed economico: il kit che calcola la predisposizione genetica verso alcune malattie (cancro, Alzheimer, malattie cardiache) si acquista on line al costo di 169 euro. Soldi ben spesi? A leggere i risultati di una review dall’Università di Cambridge pubblicata sul British Medical Journal non si direbbe. Perché chi compra il test non cambia di una virgola le sue abitudini dopo aver conosciuto cosa c’è scritto nei suoi geni. Così gli autori della review, dopo aver consultato 18 studi sugli effetti della comunicazione del rischio genetico, giungono alla conclusione che «non c’è alcuna prova del fatto che strumenti di questo tipo possano giocare un ruolo decisivo nel motivare cambiamenti nelle abitudini per migliorare la salute della popolazione». 

È un peccato, perché il test genetico non ha i poteri della palla di vetro, non prevede un futuro ineluttabile, ma indica i punti deboli della salute personale su cui però si può intervenire per evitare il peggio. 

Facciamo un esempio: il test indica un alto rischio di malattie cardiache. In teoria le razioni di chi riceve il responso possono essere di tre tipi. 

Si può immaginare che i diretti interessati, allarmati dalla notizia, decidano di smettere di fumare, o di iniziare a fare attività fisica, oppure di mettersi a dieta. Ai fatalisti invece potrebbe venire voglia di strafare e lasciarsi andare ai propri vizi, dal fumo all’alcol, convinti che alla genetica non si possa comandare e che la salute sfugga al loro controllo. Altri ancora potrebbero far finta di niente e continuare indisturbati a vivere la loro vita come se niente fosse accaduto. Completamente indifferenti alle informazioni ricevute, senza diventare né ansiosi, né depressi. 

Ebbene, quest’ultima è la reazione più frequente, concludono i ricercatori inglesi: la comunicazione dei risultati del test sul Dna ha un impatto minimo o nullo sui comportamenti di chi si sottopone all’esame. Dal punto di vista della prevenzione i 169 euro sembrano, quindi, buttati al vento. L’acquisto sembrerebbe fatto più per curiosità che per reale preoccupazione. 

Sarebbe diverso, si legge nello studio, se alle informazioni ottenute seguissero alcuni cambiamenti nello stile di vita: smettere di fumare, aumentare l’attività fisica, mettersi a dieta, proteggersi dal sole, sottoporsi a screening, ridurre l’alcol. Di tutte queste abitudini le più resistenti al cambiamento sono il fumo e l’attività fisica. 

Perciò Theresa Marteau e i suoi colleghi di Cambridge non hanno dubbi: la comunicazione del rischio genetico non è una strategia utile per la prevenzione, nella maggior parte di casi è fine a se stessa e non si traduce in effettivi benefici per la salute pubblica. 

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