La pandemia minaccia la salute mentale non solo quella fisica

L’allarme

La pandemia minaccia la salute mentale non solo quella fisica

La situazione è estremamente preoccupante. L’impatto psicologico della pandemia si avverte in tutta la popolazione: tra i medici, i bambini e gli adolescenti, le donne, le persone che soffrivano già di disturbi mentali. I Paesi devono fare in fretta a offrire risposte adeguate

di redazione

4,5 milioni di contagiati, 300mila morti nel mondo. Ma non finisce qui: questi drammatici numeri non raccontano tutto il dramma della pandemia. Per avere un quadro più completo dell’impatto che Covid-19 ha avuto sulla salute della popolazione mondiale bisognerebbe aggiungere i dati altrettanto preoccupanti sull’aumento dei disturbi mentali. Un nuovo e profondo malessere psichico dovuto a paura, ansia, stress, depressione è già stato registrato da molti studi in diversi Paesi del mondo, ma secondo gli esperti è destinato a crescere nei prossimi mesi. 

Le categorie più esposte al rischio di disturbi psicologici sono, comprensibilmente, quelle degli operatori sanitari, i medici e gli infermieri che hanno dovuto fare fronte a un pesantissimo carico di lavoro, che hanno dovuto prendere decisioni stressanti, che hanno messo a rischio la loro salute. Da un’indagine condotta tra il personale sanitario in Cina durante i mesi dell’emergenza è emerso che il 50 per cento soffrisse di depressione, il 45 per cento di ansia e il 34 per cento di insonnia. Il 47 per cento degli operatori sanitari in Canada ha dichiarato di aver avuto bisogno di un sostegno psicologico. 

Ma la pandemia ha messo a dura prova la salute mentale di tante persone che non lavorano in ospedale. 

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha descritto la situazione come estremamente preoccupante: «L'isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari sono aggravati dall'angoscia causata dalla perdita di un reddito e spesso del lavoro». 

Un documento delle Nazioni Unite ricorda che la pandemia mette a rischio la salute fisica tanto quanto quella mentale e che nessun Paese potrà tornare alla normalità se non affronta con strumenti adeguati entrambi i problemi. 

«Il disagio psicologico è molto diffuso. Molte persone sono in difficoltà a causa dell’impatto diretto del virus sulla salute e per le conseguenze dell'isolamento fisico. Molti hanno paura dell'infezione, della morte e

di perdere membri della famiglia. In tanti sono stati fisicamente lontani  dai propri cari. Milioni di persone si trovano ad affrontare problemi economici. La diffusione di informazioni errate e di dicerie sul virus e la profonda incertezza sul futuro sono fonti di sofferenza. È probabile un aumento a lungo termine del numero e della gravità dei problemi di salute mentale», si legge nel documento dell’Onu. 

Il problema è già tra noi

I primi segnali di sofferenza psicologica sono già talmente evidenti da essere diventati oggetto di studio. 

Un’indagine condotta in Etiopia lo scorso aprile ha registrato un aumento notevole dei casi di depressione rispetto al periodo pre Covid: il numero di persone colpite dal disturbo dell’umore è triplicato. 

Anche i bambini e gli adolescenti sono a rischio. Difficoltà di concentrazione, irritabilità e nervosismo sono state le reazioni più frequentemente osservate nei giovani costretti all’isolamento. Ma le  sofferenze psicologiche possono essere ancora più amplificate da contesti famigliari violenti, condizioni di vita precarie, spazi ristretti da condividere.

Chi soffriva di disturbi mentali prima della pandemia ha visto aggravarsi le manifestazioni del disturbo. Il 32 per cento dei giovani con disturbi mentali coinvolti in uno studio nel Regno Unito ha dichiarato di aver sperimentato un peggioramento dei sintomi nel periodo post-Covid. 

L’alcol è stato un compagno assiduo durante i giorni della quarantena in molte parti del mondo. In Canada il 20 per cento degli adulti tra i 18 e i 49 anni ha aumentato notevolmente il consumo di alcolici. 

L'aiuto che non c'è

La pandemia ha innescato poi un deleterio circolo vizioso. La richiesta di sostegno psicologico è aumentata proprio nel momento in cui l’offerta dei servizi diminuiva. Molte strutture destinate alla salute mentale infatti hanno interrotto le attività, qualcuna perché è stata riconvertita in centro Covid, altre per limitare i contagi, altre ancora perché molti operatori sono stati infettati dal virus e non hanno più potuto lavorare.  

Ora però, dicono all’Oms, è arrivato il momento di tornare a fare quello che si faceva prima, anzi di provare a fare qualcosa di più, potenziando le vecchie iniziative e realizzandone di nuove per dare sostegno alle persone in difficoltà. «Ora è chiarissimo che le esigenze di salute mentale devono essere considerate un punto chiave della risposta alla pandemia di Covid-19. È una responsabilità collettiva dei governi e della società civile, da affrontare con il sostegno dell'intero sistema delle Nazioni Unite. Un fallimento nel prendere sul serio il benessere emotivo delle persone porterà a costi sociali ed economici a lungo termine per la società», ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus.

La pandemia potrebbe addirittura trasformarsi in un’opportunità per riorganizzare e migliorare i servizi di salute mentale, promuovendo servizi di qualità accessibili a tutti, suggerisce Dévora Kestel, a capo del Dipartimento di salute mentale dell’Oms.