Parti cesarei nel mondo: dove è troppo e dove è troppo poco

L’indagine

Parti cesarei nel mondo: dove è troppo e dove è troppo poco

Nelle nazioni più ricche c’è un uso eccessivo del bisturi, in quelle più povere un sottoutilizzo
redazione

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Si va da un estremo all’altro: nei paesi ricchi si ricorre al bisturi anche senza indicazioni mediche specifiche, nei paesi poveri il taglio chirurgico viene negato anche a chi ne ha bisogno perché mancano strutture e personale competente.

Troppi da una parte, troppo pochi dall’altra. Il numero dei parti cesarei è eccessivamente alto nei paesi più ricchi ed eccessivamente basso in quelli più poveri. È la conclusione a cui è giunta una indagine dell’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicata sul British Medical Journal. Un team internazionale di ricerca ha raccolto i dati sull’accesso ai servizi di ostetricia e ginecologia in tutto il mondo e li ha messi a confronto con le condizioni economiche dei Paesi analizzati. 

E ha trovato due condizioni opposte, entrambe preoccupanti: nei luoghi più poveri del mondo non si fanno cesarei perché spesso mancano strutture adeguate e personale competente, nei Paesi a reddito più alto si fanno cesarei anche quando non ce ne sarebbe bisogno. 

I ricercatori invitano i singoli Paesi a intervenire per correggere entrambe le anomalie e riportare il numero degli interventi chirurgici in sala parto al livello ottimale. 

Per valutare quanto la percentuale di cesarei sia legata alle condizioni economiche dei Paesi, gli autori dell’indagine hanno confrontato i dati di 72 nazioni a basso e medio reddito indagando anche le disuguaglianze tra le fasce sociali all’interno dei singoli Paesi. 

Ecco qualche risultato.  Il tasso di cesarei passa dallo 0,6 per cento nel Sudan del Sud al 58,9 per cento della Repubblica Dominicana, più di un terzo dei Paesi ha un tasso di cesarei superiore al 15 per cento, i Paesi che ricorrono al bisturi con più disinvoltura sono Argentina, Colombia,  Repubblica Dominicana ed Egitto dove un terzo delle nascite avviene con il taglio chirurgico. All’estremo opposto si trovano Chad, Etiopia, Nigeria e Sudan del Sud con percentuali di cesarei inferiori al 2 per cento. 

Passando alle disuguaglianze all’interno dei Paesi, i ricercatori hanno trovato che nelle fasce più povere della popolazione si ha per lo più un tasso di cesarei del 3,7 per cento, mentre nella fascia più ricca il numero sale al 18 per cento. 

Un dato accomuna quasi tutti i Paesi: il numero totale di cesarei nel mondo è aumentato ovunque, tranne che nella regione Sub Sahariana, ed è passato dal 6,7 per cento del 1990 al 19,1 per cento del 2014. 

«Tassi molto bassi di parto cesareo - scrivono i ricercatori - sono indicativi di una mancanza di accesso alla chirurgia per le donne che ne hanno bisogno e contribuiscono alla mortalità e morbilità materna e neonatale. All’estremo opposto, il numero elevato di cesarei indica una ricorso eccessivo al taglio in assenza di una specifica indicazione medica, il che può portare a esiti negativi come infezioni, emorragia e complicanze chirurgiche superiori a quelli del parto naturale».

Comprendere le ragioni del sottoutilizzo del cesareo è più semplice che comprendere quelle del suo abuso. Nel primo caso il ricorso al bisturi viene evitato semplicemente perché mancano specialisti e strutture adeguate. Nel secondo caso, il fenomeno è riconducibile a una serie di fattori di natura sociale, individuale e organizzativa. 

Le donne possono scegliere il cesareo per la paura del dolore durante il parto, per poter avere la data certa della nascita o per evitare disturbi vaginali e al pavimento pelvico. I medici possono preferire il cesareo per  convenienza economica là dove è previsto un sistema di incentivi, per la tendenza a medicalizzare la gravidanza e il parto, o per il timore di imprevisti durante un parto naturale.

«Comprendere le dinamiche interne a ogni Paese - concludono i ricercatori -  le pratiche culturali locali, le barriere specifiche e gli elementi che favoriscono l’accesso, è la chiave per avviare interventi appropriati ai singoli paesi che  affrontino il problema del sottoutilizzo e dell'uso eccessivo del taglio cesareo».