La povertà uccide. Due anni di vita in meno per chi ha un basso reddito

Lo studio

La povertà uccide. Due anni di vita in meno per chi ha un basso reddito

Gli autori dello studio Lifepath dalle pagine del Lancet lanciano un messaggio politico, oltre che scientifico: è ora di includere la povertà tra i tradizionali fattori di rischio. Una vita di stenti uccide più dell’alcol, quanto la sedentarietà e non molto meno del fumo e del diabete
redazione

La povertà toglie due anni di vita. Il suo impatto sulla salute non è molto diverso da quello del fumo, del diabete o della sedentarietà. 

Eppure le sfavorevoli condizioni socioeconomiche non sono annoverate nell’elenco dei ben noti fattori di rischio da tempo al centro del mirino degli esperti di salute pubblica mondiali. Ed è uno sbaglio. Lo sostengono all’unisono sulle pagine di The Lancet i 31 ricercatori del progetto Lifepath, l’imponente  studio finanziato dalla Commissione Europea che ha analizzato per la prima volte le ricadute sull’aspettativa di vita delle differenze sociali confrontandole con i tradizionali fattori di rischio. 

Le conclusioni non lasciano dubbi: vivere di stenti accorcia la vita di un 1,5 anni alle donne e di 2,1 agli uomini. La povertà, quindi, fa più danni del consumo di alcool che toglie in media un anno di vita ed entra di diritto, a pari merito con l’inattività fisica ( 2,4 anni in meno), nella classifica dei passi falsi che anticipano l’appuntamento a cui tutti, indipendentemente dal reddito, siamo destinati. Perché, per legge di natura, anche i ricchi muoiono, ma i poveri muoiono prima.  

I ricercatori di Lifepath hanno analizzato i dati, contenuti in 48 studi di coorte, di 1 milione e 700mila persone provenienti da paesi europei e Stati Uniti. Come indicatore delle condizioni socio economiche è stato scelto l’ultimo lavoro svolto dai partecipanti. Il livello occupazionale è stato considerato “alto” per manager e professionisti ai vertici della gerarchia, “intermedio” per impiegati e tecnici, “basso” per lavoratori senza competenze specifiche con mansioni semplici. 

Gli autori dello studio hanno ricavato informazioni dettagliate sulla posizione lavorativa, sullo stile di vita (fumo, attività fisica, consumo di alcol) e sulle condizioni di salute (diabete, ipertensione, obesità) e le hanno incrociate con la mortalità, ricavando per ogni fattore di rischio il conteggio degli anni persi. 

Le sigarette conquistano il triste primato, mandando in fumo 4,8 anni di vita. Segue il diabete con 3,9 anni di vita in meno e, come già detto, la sedentarietà con 2,4 e la povertà con 2,1. 

A questo punto, dopo aver fatto il loro dovere di studiosi oggettivi consegnando numeri e statistiche difficilmente confutabili, gli autori dello studio abbandonano lo stile spassionato del tipico paper scientifico e passano ai toni di un accorato appello. 

E dicono a chiare lettere che è il momento di introdurre le sfavorevoli condizioni socioeconomiche nella lista dei fattori di rischio presi di petto dalle campagne di prevenzione lanciate dalle istituzioni di salute pubblica mondiali, Oms in primis. 

«Siamo rimasti sorpresi di aver trovato che basse condizioni socioeconomiche sembrano uccidere le persone in percentuali uguali a quelle di forti fattori di rischio come il fumo, l’obesità e l’ipertensione - sostiene Silvia Stringhini, ricercatrice dell’ospedale dell’Università di Losanna in Svizzera e principale autrice dello studio - Visto che queste circostanze sono modificabili dovrebbero essere incluse nella lista dei fattori presi di mira dalle strategie di salute globale». 

Il riferimento all’Organizzazione Mondiale della Sanità è esplicito. Non vi è traccia della povertà o delle basse condizioni sociali nell’ambizioso piano d’azione lanciato dagli Stati membri dell’Oms nel 2011: il progetto, sintetizzato nella sigla “25x25”, prevede entro il 2025 di ridurre del 25 per cento la mortalità per malattie non trasmissibili puntando sulle tradizionali buone regole per uno stile di vita sano. 

Neanche il Global Burden of Disease (Gbd), il più approfondito monitoraggio della salute mondiale basato su 67 fattori di rischio in 21 regioni del mondo, prende in considerazione l’impatto del basso reddito sull’aspettativa di vita.  Una scelta irragionevole agli occhi dei ricercatori di Lifepath, perché le condizioni economiche delle persone sono modificabili al pari, e in alcuni casi più facilmente, delle cattive abitudini protratte nel tempo. 

«Cambiare i fattori a monte - avvisano i ricercatori -  come le tasse imposte sul reddito, l’occupazione, l’educazione nella prima infanzia ha più probabilità di avere un impatto sulla salute rispetto a modificare i fattori a valle con interventi di sostegno a chi vuole smettere di fumare, per esempio, o con conigli sulla dieta. Puntare sui fattori a valle significa infatti favorire le persone più ricche, che possono più facilmente cambiare le loro abitudini». 

L’articolo del Lancet, come detto,  passa con disinvoltura dal linguaggio scientifico a quello politico. In veste di rigorosi scienziati, i ricercatori non possono tacere alcuni limiti del loro studio, a cominciare dal fatto che è stato svolto tra la popolazione di sette paesi ad alto reddito e non è, quindi, indicativo per il resto del mondo e che i fattori di rischio considerati si trovano spesso sovrapposti e quindi sono difficili da valutare singolarmente. Ma il loro studio va oltre. 

«Nonostante questi limiti - concludono - il nostro studio ha importanti implicazioni. I nostri risultati suggeriscono che le attuali strategie e azioni indicate nel piano per la salute “25x25” e dal programma di monitoraggio del Global Burden of Diseases escludono un importante fattore per la salute dalla loro agenda». 

 

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