Procede a rilento il piano di eliminazione dell’epatite C. Nel 2017 trattata la metà dei pazienti previsti

Obiettivo Zero

Procede a rilento il piano di eliminazione dell’epatite C. Nel 2017 trattata la metà dei pazienti previsti

Dovevano essere 80 mila ogni anno, ma nell’ultimo anno non si sono raggiunti i 50 mila
redazione

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Solo poche regioni sembrano aver preso sul serio l’obiettivo dell’eliminazione dell’infezione da HCV dall’Italia entro il 2020. Sono appena 4 quelle che hanno adottato un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale

L’obiettivo di eliminare l’epatite C curando 80.000 pazienti all’anno nel triennio 2017-2019 appare ancora lontano. A un anno esatto dalla rimozione delle restrizioni per l’accesso ai farmaci antivirali innovativi garantiti a tutti i pazienti con epatite C cronica, in Italia, meno di un malato su due è stato avviato alle cure. Il Fondo per i farmaci innovativi non viene utilizzato a sufficienza dalle Regioni, non c’è un PDTA condiviso e mancano all’appello decine di strutture autorizzate alla prescrizione e distribuzione degli antivirali. 

Questa la situazione, aggravata da forti differenze regionali, che emerge dal dossier “Epatite C - Indagine conoscitiva sull’accesso ai farmaci nelle regioni italiane”, realizzato da EpaC Onlus, grazie a un contributo liberale di MSD.

Negli ultimi anni, la lotta all’epatite C ha subito una vera e propria rivoluzione. 

Prima, l’arrivo dei nuovi farmaci antivirali, i cosiddetti DAAs (Direct Antiviral Agents), efficaci per quasi tutti i pazienti, poi a marzo 2017 con i nuovi criteri di trattamento per l’epatite C cronica, che hanno consentito l’accesso universale alle nuove terapie in regime di rimborsabilità da parte del SSN. 

Questa scelta, resa possibile anche grazie alla riduzione del prezzo degli antivirali, ha per la prima volta fatto sembrare raggiungibile l’obiettivo dell’eliminazione dell’infezione da HCV dall’Italia entro il 2020. 

Chi si impegna sul serio?

«Sebbene il numero di pazienti avviati al trattamento sia in aumento, ad oggi questi obiettivi appaiono difficili da raggiungere», dichiara il presidente di EpaC Onlus Ivan Gardini. «L’indagine rileva uno scenario critico circa le caratteristiche delle strutture autorizzate in ciascuna Regione ma, soprattutto, le stesse Regioni - eccetto Sicilia e Veneto -  non hanno predisposto strategie adeguate per la presa in carico di tutti i pazienti già diagnosticati, attraverso il coinvolgimento degli stakeholder che gestiscono interi bacini dove stazionano pazienti da curare: parliamo delle carceri, SerD, medici di famiglia, strutture ospedaliere non autorizzate, ecc. In particolare, continuiamo a ricevere segnalazioni di pazienti con cirrosi che dalle strutture non autorizzate non sono ancora stati inviati alle strutture autorizzate per essere curati immediatamente, e questo è inaccettabile», ha aggiunto Gardini.

Così si è giunti al paradosso con ospedali senza più pazienti da trattare e altri con liste d’attesa lunghissime. 

«Diverse strutture ospedaliere - ha affermato Gardini - hanno esaurito gran parte dei pazienti da curare in lista di attesa ed è giunto il momento di riorganizzare le reti di cura per la presa in carico di tutti i pazienti, nessuno escluso, potenziando le strutture che hanno ancora molti pazienti in lista di attesa, e incrementando il numero delle strutture autorizzate in ragione del bisogno presente e futuro. Ci preoccupa il fatto che non abbiamo riscontrato la chiara volontà di aderire al piano di eliminazione triennale, per il semplice fatto che nessuna Regione ha messo nero su bianco quanto annunciato da AIFA, né come volontà di eliminare l’infezione entro 3 anni, né come obiettivi numerici, regionali e per singola struttura. Non è un caso che Sicilia e Veneto sono le uniche Regioni che hanno personale interamente dedicato al piano di eliminazione dell’epatite C e quindi hanno sviluppato politiche organizzative ed operative adeguate all’obiettivo da raggiungere».

100 mila o poco più

Non che la lotta all’epatite C si sia fermata. Ma continuano a osservarsi fenomeni contraddittori. 

Per esempio, con il passaggio dai DAAs di prima generazione a DAAs di seconda generazione la metà delle Regioni ha aumentato il numero di reparti prescritto (Veneto +22, Puglia e Sicilia +7, Toscana +10). Ci sono state Regioni dove invece si sono verificate riduzioni, anche drastiche. Come in Campania dove il numero è sceso di 53 unità. 

Sul fronte del numero dei pazienti avviati alle cure si osserva un aumento importante, ma ben lontano dagli obiettivi degli 80 mila pazienti all’anno: dai 30.874 pazienti trattati nel 2015 si è arrivati ai 44.795 pazienti trattati nel corso del 2017. 

Non va meglio nell’organizzazione dei percorsi di presa in carico. Solo una regione su quattro ha realizzato un PDTA (Lombardia, Umbria, Campania, Basilicata, Sicilia); un’altra manciata ha redatto Documenti d’indirizzo. Ma nella metà delle regioni è tutto fermo. 

Solo la Sicilia ha predisposto percorsi di presa in carico che coinvolgono sistematicamente i medici di famiglia e prossimamente anche carceri e SerD, e anche il Veneto si sta organizzando allo stesso modo.

Regione che vai… 

A queste criticità se ne aggiunge una storica: le difformità tra le diverse regioni che in questo caso si concretizzano in differenze nel governo dell’accesso ai farmaci innovativi, nella disponibilità di atti amministrativi e documenti che il cittadino/paziente ha diritto di conoscere, nella disomogeneità nella selezione dei Centri autorizzati riguardo a quantità e loro distribuzione. Tutto ciò si traduce in allungamento dei tempi d’attesa e nell’allungamento delle distanze che il cittadino deve compiere per accedere ai farmaci. 

Che fine fanno i soldi?

Segnali d’allarme arrivano anche dal fronte del Fondo farmaci innovativi: stando all’Art. 30 del Decreto legge 50/2017, le risorse non utilizzate tornano al Fondo Sanitario Nazionale, liberando il vincolo di utilizzo esclusivo per i farmaci innovativi. In tal modo le risorse inutilizzate smettono di contribuire al piano di eliminazione dell’epatite C. 

Che fare?

Trovare soluzioni in questo scenario non è semplice. 

«In primo luogo dovrebbe essere elaborato un PDTA unico nazionale condiviso da tutte le Regioni nel rispetto delle singole autonomie e strutture organizzative, che contenga pochi punti operativi ma essenziali per tracciare percorsi di presa in carico e avviamento alla cure», ha detto Gardini. «Peraltro attività anche semplici come ad esempio e procedere con un’analisi delle performance prescrittive di tutti i Centri autorizzati e intervenire sulle anomalie, ma anche effettuare un AUDIT nelle strutture/reparti/micro e macro comunità che hanno in carico pazienti mai avviati a un Centro autorizzato. In ragione delle informazioni ricavate dagli audit, va ridefinita la Rete regionale di presa in carico, includendo nella Rete di cura i presidi con popolazioni speciali e coinvolgendo i medici di medicina generale organizzando corsi di formazione ad hoc. Terzo punto, servono regole chiare per il follow up dei pazienti guariti e indicazioni precise su come e quando indirizzarli definitivamente al medico di famiglia, ma anche linee guida sugli screening per fare emergere pazienti inconsapevoli dell’infezione nella popolazione generale e sottogruppi a maggiore rischio», ha aggiunto. «Infine, riteniamo indispensabile e doveroso prima ammonire e poi sanzionare il personale sanitario che consapevolmente trattiene e non invia alle strutture autorizzate pazienti anche con grave malattia epatica, poiché la malattia peggiora inesorabilmente e viene cagionato un danno alla salute talvolta anche fatale. In qualunque caso, sarebbe già un grande passo in avanti se ogni Assessore alla Salute nominasse un incaricato che si occupi esclusivamente del piano di eliminazione con un solo obiettivo: zero epatite C», ha concluso.