La realtà virtuale fa scattare l’empatia

L’esperimento

La realtà virtuale fa scattare l’empatia

Bastano 7 minuti nei panni di un senzatetto per ritrovarsi a firmare appelli contro il caro affitti
redazione

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Un esperimento dimostra che l’esperienza immersiva fa scattare la solidarietà nei confronti delle persone disagiate. Tanto da spingere a firmare appelli in loro favore. Racconti o filmati non riescono a ottenere lo stesso coinvolgimento

Con la realtà virtuale scatta l’empatia. E dopo aver vissuto per sette minuti nei panni di un senzatetto si diventa più sensibili nei confronti di chi ha perso il lavoro e non può permettersi una casa. Tanto da arrivare a firmare petizioni a favore degli alloggi popolari. Lo ha dimostrato un esperimento della Stanford University descritto su PlosOne

I ricercatori hanno testato su 560 volontari, tra i 15 e gli 88 anni, gli effetti di un’esperienza virtuale chiamata Becoming Homeless e li hanno messi a confronto con quelli di altre forme di narrazione come un testo scritto e un video dagli stessi contenuti. 

La prima scena si svolge nell’appartamento del protagonista: la notifica di sfratto è in bella mostra sul tavolo e ai partecipanti viene chiesto di scegliere gli oggetti da vendere per poter pagare l’affitto. In poco tempo l’appartamento si svuota. Ma il guadagno non è sufficiente a coprire le spese della casa. Si finisce per mettere quattro cose in uno zaino e passare le giornate tra la macchina, trasformata nella propria dimora, e gli autobus in cerca di compagnia e rifugio. Ed è in una di queste corse notturne che ci si ritrova a dover difendere i pochi oggetti personali rimasti in proprio possesso da un tentativo di furto. 

I ricercatori hanno osservato che i partecipanti che hanno indossato un visore tridimensionale calandosi nei panni del senzatetto protagonista di Becoming Homeless mostravano atteggiamenti più positivi nei confronti delle persone senza fissa dimora rispetto a chi aveva conosciuto la stessa storia attraverso altri mezzi, come il racconto scritto o un filmato. 

Per esempio, i partecipanti all’esperimento con la realtà virtuale erano maggiormente disposti ad aderire ad affermazioni del tipo “la nostra società non fa abbastanza per aiutare le persone senza casa” e a dichiararsi molto preoccupati per la situazione critica degli homeless. 

L’esperienza immersiva può persino spingere a sostenere appelli che altrimenti si sarebbero ignorati. L’82 per cento di chi ha indossato il visore 3D ha firmato una petizione a favore degli alloggi a prezzi accessibili, rispetto al 67 per cento delle persone che hanno letto un testo o guardato un video. 

«Calarsi nei panni degli altri con la realtà virtuale provoca una maggiore empatia e atteggiamenti solidali nel periodo immediatamente successivo all’esperienza, ma anche a lungo termine, in confronto a immaginare solamente come si possa stare nei panni degli altri», ha dichiarato Fernanda Herrera, tra gli ideatori dell’esperimento. 

L’empatia è un motore importante della società, dicono gli autori dell’esperimento, capace di aumentare la comprensione delle condizioni altrui  favorendo azioni concrete a favore dei più disagiati come il volontariato, le donazioni o altre forme di cooperazione. 

«Abbiamo la tendenza a pensare che l’empatia sia qualcosa che si ha oppure non si ha - ha detto Jamil Zaki, psicologo della Stanford University che ha partecipato allo studio - Ma molti studi hanno dimostrato che l’empatia non è solamente un tratto del carattere. È qualcosa su cui si può lavorare e che può aumentare o diminuire in determinate condizioni». 

Prima però di promuovere la realtà virtuale come una “macchina dell’empatia”  sono necessari ulteriori studi. Gli stessi ricercatori ricordano che in alcuni casi il visore tridimensionale produce effetti opposti: quando infatti ci si mette nei panni dei propri avversari l’empatia nei loro confronti diminuisce invece che aumentare.