Sì al vaccino anti-Covid subito da due italiani su tre

L'indagine

Sì al vaccino anti-Covid subito da due italiani su tre

Agenas e Scuola superiore Sant'Anna hanno chiesto agli italiani quale sia il loro orientamento rispetto alla campagna vaccinale anti Covid-19. E da quali fonti attingano le informazioni: di gran lunga in testa televisione e internet, ma ne vorrebbero di più da Istituzioni e medici

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Immagine: U.S. Secretary of Defense, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Due italiani su tre intendono vaccinarsi appena possibile per mettersi al riparo da Covid-19. Ma c'è quasi un quinto della popolazione che invece non ha intenzione di farlo e altrettanti che sono indecisi.

I tre dati risultano da un'indagine condotta dall'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e dal Laboratorio Management e sanità (Mes) dell’Istituto di Management della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa su oltre 12 mila italiani residenti in tutte le Regioni e Province autonome, interpellati tra il 22 dicembre 2020 e il 28 gennaio di quest'anno. L'indagine, i cui esiti sono stati illustrati in una conferenza stampa on line venerdì 19 febbraio, intendeva appunto sondare, tra le altre cose, la propensione degli italiani ad aderire alla campagna vaccinale.

Più nel dettaglio, il 65,2% della popolazione dichiara la propria intenzione di vaccinarsi contro Covid-19 appena possibile, mentre il 17,6% sembra intenzionato a non farlo. I più propensi sono gli ultrasessantacinquenni (75,4%), mentre quelli più in disaccordo (22,2%) si trovano nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 44 anni.

Tre italiani su quattro (74,2%) pensano inoltre che sia giusto far vaccinare i propri genitori o familiari anziani contro il Covid-19 appena possibile, mentre uno si dieci (il 10%) non sembra d’accordo. La situazione cambia un po' quando si tratta dei figli: a ritenere che sia giusto farli vaccinare appena possibile è il 61% della popolazione italiana, mentre sale al 15,9% la quota che non sembra d’accordo. Quasi un quarto (23%) si astengono dal dichiararsi pro o contro.

D'altronde, il 62,8% degli italiani ritiene che i rischi legati alla malattia indotta dal virus siano maggiori dei possibili effetti collaterali del vaccino, mentre il 15,3% ritiene che non sia così. Quelli che non prendono posizione sono circa un quinto della popolazione. La fascia d'età che considera il virus più pericoloso del vaccino è quella sopra i 65 anni (69,5%), mentre le percentuali di disaccordo maggiori (17,6%) sono nella popolazione con età compresa tra i 35 e i 44 anni. Da segnalare che tra coloro che hanno la licenza di terza media, il 18,2% esprime disaccordo (totale o parziale) e solo poco più della metà (il 53,6%) con licenza media è d'accordo (totalmente o abbastanza) con la prima affermazione.

In ogni caso, una larga maggioranza della popolazione (il 69,4%) pensa che il vaccino contro il Covid-19 sia il modo più rapido per tornare alla normalità, mentre solo l’11,7% degli italiani non ritiene che sia così. I primi si trovano più frequentemente ancora una volta sopra i 65 anni, con il 76,3 per cento.

Una migliore informazione sui possibili rischi sarebbe comunque un buon incentivo a vaccinarsi secondo il 75,7% della popolazione, mentre in questo caso scendono gli irriducibili: solo il 7,1% pensa che anche un livello di informazioni maggiore sarebbe insufficiente a far cambiare la propria posizione contraria. Ancora una volta sono gli over 65 quelli tra i quali è più ampia (80,8%) la fetta di popolazione che dichiara che sarebbe maggiormente incentivata a vaccinarsi se ritenesse di essere correttamente informata sui possibili rischi.

C'è poi un italiano su quattro (Il 25,7%) convinto che il vaccino contro il Covid-19 sia un grande affare per le aziende farmaceutiche e che non ci sia da fidarsi, ma una larga parte (anche se non è la maggioranza: il 42,3%) ritiene che non sia così. Quasi uno su tre (32%), comunque, non esprime né accordo né disaccordo su questa affermazione. I “diffidenti” si trovano più frequentemente tra i 45 e 54 anni (30,1%) quelli meno tra i 18 e 24 anni (56,1%). Non si registrano differenze di genere, mentre qualche importanza ha il livello di istruzione: tra coloro che hanno la licenza media arriva al 28,2% chi è totalmente o abbastanza d’accordo con l'idea che sia un business e non ci sia da fidarsi, mentre arriva al 35% chi non lo è.

Oltre la metà degli interpellati (il 54,1%) ritiene che i vaccini siano tra i prodotti farmaceutici più sicuri, mentre solo il 13,8% non è d’accordo con questa affermazione. Un terzo circa non si esprime né in un senso né nell'altro. Anche in questo caso, quelli maggiormente d'accordo si registrano più spesso sopra i 65 anni (64,5%), mentre le percentuali di disaccordo maggiori (17,5%) le ritroviamo nella popolazione con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni.

A essere più d'accordo sono i maschi: 59,2% rispetto al 50,1% delle donne. Meno della metà (47,4%) di coloro che hanno la licenza media è totalmente o abbastanza d’accordo, mentre il 16,9% di loro dice di essere in totale o abbastanza in disaccordo

Le fonti di informazione. Dal sondaggio emerge chiaramente che per gli italiani la principale fonte di informazione su Coronavirus e Covid-19 è stata fino a oggi la televisione (66,6%), seguita a distanza da internet (45,3%). Molto più lontani gli altri canali di informazione: medici di famiglia e pediatri di libera scelta si fermano al 14,4%, gli specialisti all'8,5%; il passaparola tra amici e conoscenti al 5,6 per cento.

Alla domanda “Da chi vorrebbe maggiori informazioni sul Covid-19” le percentuali si ribaltano: gli italiani, infatti, vorrebbero maggiori informazioni innanzitutto dalle istituzioni sanitarie (54,6%), quindi dai medici di famiglia e pediatri di libera scelta (45,5%), seguiti dai medici specialisti (34,5%). Meno di uno su tre (il 30,2% della popolazione) vorrebbe maggiori informazioni dalla televisione e ancor meno da internet (15,3%). Non arrivano al 10% coloro che dichiarano di voler maggiori informazioni da amici e conoscenti, dalla famiglia, da social media e quotidiani.

I suggerimenti. In base ai risultati ottenuti, l'indagine si conclude con l'indicazione di alcune azioni prioritarie, che secondo Agenas e la Scuola superiore, i decisori nazionali e regionali dovrebbero considerare. In sintesi:

- Affrontare in maniera coordinata e condivisa le criticità informative, come per esempio quella di avere maggiori informazioni dalle istituzioni sanitarie e di conoscere meglio le modalità di funzionamento dei vaccini e dei rischi collegati alla vaccinazione, promuovendo una campagna di comunicazione rigorosa nei contenuti scientifici e, allo stesso tempo, semplice e comprensibile ai meno scolarizzati.

- Inserire nei siti regionali e delle Aziende sanitarie una sezione informativa sull’efficacia e sui rischi dei vaccini.

- Sorvegliare la campagna vaccinale, tenendo presente che elementi anche apparentemente irrilevanti possono modificare la decisione di vaccinarsi. Agenas potrebbe predisporre una check-list di elementi di autovalutazione da fornire alle Regioni.

- Testare l’efficacia di interventi alternativi di implementazione della campagna vaccinale su piccola scala prima di attuarli su ampia scala.

I commenti. I risultati dell'indagine «possono essere molto utili per promuovere azioni a livello locale, regionale e nazionale per convincere la popolazione a vaccinarsi» sostiene Sabina Nuti, rettrice della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. «Abbiamo ancora il 17% di persone che non intendono vaccinarsi e un ulteriore 17% di indecisi. Comunicazione efficace, logistica adeguata, efficienza e professionalità nel processo di erogazione sono le parole chiave per il successo della campagna vaccinale».

Dal canto suo, Domenico Mantoan, direttore generale di Agenas, ricordando che quest'ultima è un ente pubblico che si configura come organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale, aggiunge che il lavoro svolto con la Scuola superiore «permette di segnalare alcune linee di azione che i policy maker nazionali e regionali potrebbero trovare utili per colmare il divario di implementazione della campagna vaccinale».

Infine, secondo Paola Cantarelli, ricercatrice della Scuola superiore, l'indagine «dimostra quanto le teorie alla base delle scienze comportamentali e i metodi di ricerca sperimentale siano uno strumento utile nelle mani dei policy maker chiamati ad attuare politiche pubbliche per natura multidimensionali».