La sfida di Covid-19 nei Paesi poveri: come ci si protegge dall’infezione se nelle strutture sanitarie manca l’acqua?

Il rapporto Oms-Unicef

La sfida di Covid-19 nei Paesi poveri: come ci si protegge dall’infezione se nelle strutture sanitarie manca l’acqua?

Nel mondo 1 struttura sanitaria su 4 non ha servizi idrici, 1 su 3 non ha accesso all'igiene delle mani, 1 su 10 non ha servizi igienici e 1 su 3 non separa le acque reflue in modo sicuro. I dati del rapporto Oms-Unicef sarebbero allarmanti comunque ma in tempi di Covid lo sono ancora di più

TB_Researchers.jpg

Immagine: Robket, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

L’Oms e l’Unicef lanciano l’allarme: una struttura sanitaria su due nei Paesi poveri non è adeguata per gestire l’emergenza Covid-19. E non c’entra la carenza di personale o la mancanza di attrezzature sofisticate per le terapie intensive. Il problema è molto più radicale: manca l’acqua potabile, l’elemento essenziale per la più semplice e la più efficace procedura di igiene, il lavaggio delle mani. 

I dati del rapporto “Global progress report on WASH in health care facilities: fundamentals first” a firma congiunta delle due organizzazioni internazionali sarebbero preoccupanti comunque ma lo sono a maggior ragione sullo sfondo della pandemia di Covid-19. 

Circa 1,8 miliardi di persone nel mondo sono esposte a un maggior rischio di infezioni da Sars-Cov2 perché lavorano o frequentano come pazienti strutture sanitarie prive dei più basilari servizi idrici. 

L’acronimo WASH contenuto nel titolo del rapporto sta per Water, Sanitation, Hygiene (WASH) e indica i servizi fondamentali dell’assistenza sanitaria, quelli che non possono mai mancare nei luoghi frequentati da chi dà e chi riceve le cure. 

Eppure, si legge nel rapporto, nel mondo 1 struttura sanitaria su 4 non è equipaggiata con efficaci servizi idrici, 1 su 3 non garantisce l’igienizzazione delle mani, 1 su 10 non dispone di servizi igienici e 1 su 3 non ha sistemi di scarico efficienti delle acque reflue. 

Le condizioni igieniche peggiori si registrano nei 47 Paesi meno sviluppati del mondo (Least Developed Countries): qui 1 struttura sanitaria su 2 non ha acqua potabile, 1 su 4 non prevede luoghi in cui potersi lavare le mani e 3 su 5 sono sprovviste di servizi igienici di base. 

In teoria la soluzione appare semplice. Basterebbe che ogni abitante del pianeta destinasse un solo dollaro alla ristrutturazione dei luoghi di cura di quei 47 Paesi così malmessi per permettergli di offrire un’assistenza sanitaria dallo standard di igiene minimo. Servirebbero solo 0,20 dollari a testa per il mantenimento dei servizi. E l’investimento sarebbe vantaggioso: per ogni dollaro destinato al miglioramento dei servizi idrici ne tornerebbe indietro 1,5 in infezioni evitate. 

«Lavorare in una struttura sanitaria senza acqua e servizi igienico-sanitari è come mandare infermieri e medici a lavorare senza dispositivi di protezione individuale» ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’OMS. 

Dai dati del rapporto, che riguardano 760mila strutture di 165 paesi, emerge che le carenze igieniche sono un rischio soprattutto per le donne che devono partorire e per i neonati.  La presenza di servizi idrici e igienico-sanitari di qualità potrebbe salvare un milione di donne in gravidanza e i loro bambini e ridurre anche le morti fetali.

Gli autori del rapporto suggeriscono quattro strategie da adottare per proteggere la salute dei pazienti e del personale sanitario dei luoghi di cura dei Paesi più poveri: sviluppare programmi nazionali a costi contenuti con finanziamenti adeguati, monitorare regolarmente i progressi compiuti, potenziare le capacità del personale sanitario per il mantenimento dei servizi idrici e igienico-sanitari e per promuovere e mettere in pratica una buona igiene, integrare i servizi idrici e igienico-sanitari nella programmazione e nella pianificazione del budget destinato alla sanità, compreso quello previsto per l’emergenza Covid-19.