La sfortuna conta poco: sono le abitudini sbagliate che fanno ammalare di cancro

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La sfortuna conta poco: sono le abitudini sbagliate che fanno ammalare di cancro

Giovanna Dall’Ongaro

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Two huntsmen and a dandy smoking and drinking round a table. Colored lithograph, Wellcome Library, London

Colpa dei geni o dell’ambiente? Della sfortuna o dello stile di vita? Periodicamente i ricercatori si interrogano su quali fattori incidano di più nello sviluppo del cancro. E, sistemando accuratamente i dati delle loro analisi sui due piatti della bilancia restano a vedere, alla fine, da che parte pende. 

Ma il risultato ottenuto non sembra mai quello definitivo: può succedere che alla fine dell’anno, su una prestigiosa rivista, venga confutato quanto si leggeva all’inizio su un’altra pubblicazione altrettanto autorevole. Così infatti è stato. 

Gli autori di un recente studio pubblicato su Nature giungono alla conclusione che i fattori esterni, come l’inquinamento, e le abitudini dei singoli individui, come il fumo, incidano per il 70-90 per cento sullo sviluppo dei tumori. I fattori interni, ossia, i danni casuali nel DNA hanno un ruolo solo nel 10-30 per cento dei casi.

Lo scorso gennaio i loro colleghi della Johns Hopkins University avevano sostenuto su Science esattamente l’opposto, attribuendo alla sorte la principale responsabilità nell’insorgere della malattia: per i due terzi dei casi, dicevano, la colpa va attribuita a mutazioni genetiche del tutto imprevedibili. 

L’affermazione si era attirata moltissime critiche: la cosiddetta “ipotesi sfortuna” rischiava di mandare a monte gli annosi sforzi delle politiche mondiali di salute pubblica basate sulla prevenzione. Sarebbe stato più difficile per tutti, a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, continuare a sostenere l’importanza di un’alimentazione sana, di una costante attività fisica o di smettere fumare.

Ma i ricercatori della Stony Brook University, autori dell’ultimo studio su Nature, sembrano ora intenzionati a ribaltare la situazione rovesciando sul tavolo della discussione una serie di prove a favore dell’influenza dell’ambiente e dello stile di vita. Ne hanno raccolte quattro. Innanzitutto gli studi epidemiologi sugli immigrati, spiegano i ricercatori, dimostrano che chi si trasferisce da un paese con una bassa incidenza di cancro in uno con tassi più alti acquisisce le stesse probabilità di ammalarsi della popolazione del nuovo paese. In secondo luogo gli studi recenti sulle caratteristiche delle mutazioni evidenziano che in molti tipi di cancro come quello colon-rettale, ai polmoni e alla tiroide, la causa, in grande percentuale, si deve a fattori esterni. Terzo: consultando il database del National Cancer Institute (Surveillance, Epidemiology and End Results) ci si accorge che i tumori in aumento sono legati a fattori ambientali. Infine, un modello computazionale che mima il processo di sviluppo dei tumori dimostra che i processi interni solo raramente possono venire considerati fattori di rischio indipendentemente da quelli esterni. «Tirando le somme noi concludiamo che il rischio di ammalarsi di cancro è fortemente influenzato da fattori esterni», si legge su Nature. «Questi risultati sono importanti per organizzare le strategie di prevenzione, ricerca e salute pubblica». 

La bilancia, dunque, è tornata a pendere dalla parte dell’ambiente e dello stile di vita. Ma per quanto tempo ancora?