La sifilide torna a far paura. Oms: «Troppi i casi di trasmissione dalla madre al feto»

Il rapporto

La sifilide torna a far paura. Oms: «Troppi i casi di trasmissione dalla madre al feto»

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La trasmissione dalla madre al feto della sifilide durante la gravidanza può avere gravi conseguenze: malformazioni, nascita pretermine, infezioni congenite fino alla morte del piccolo
di redazione

Nel 2016 nel mondo ci sono stati circa 600mila casi di sifilide congenita. È vero che rispetto al 2012 il numero di infezioni trasmesse dalla madre al feto (sifilide congenita) è diminuito, ma il calo è talmente modesto da non poter essere considerato un traguardo accettabile. Almeno così la vedono gli autori dell’ultimo rapporto sulla diffusione della sifilide congenita dell’Oms pubblicato su PlosOne. 

Con circa 6 milioni di nuovi casi ogni anno, la sifilide è una delle malattie infettive a trasmissione sessuale più diffusa al mondo. A provocarla è il batterio Treponema pallidum. Il passaggio dei batteri dalla donna incinta al feto provoca la cosiddetta “sifilide congenita”, una condizione spesso fatale o comunque responsabile di gravi complicanze e malformazioni neonatali. 

«La trasmissione dalla madre al bambino della sifilide durante la gravidanza può avere gravi conseguenze sul feto nel secondo e nel terzo trimestre di gravidanza, tra cui morte fetale precoce, morti neonatali, nascite pretermine e infezioni congenite infantili», spiegano i ricercatori. 

Dal 2012 al 2016 l’impatto globale della sifilide congenita si è ridotto di meno di 100mila casi passando da 750mila a 660mila,  troppo poco per avere vantaggi significativi sulla salute dei neonati. Infatti gli esiti avversi alla nascita (adverse birth outcomes, Abo), sono passati da 397mila a 355mila, un leggero miglioramento che non fa veramente la differenza. 

«Dall’analisi emerge la persistenza di un impatto elevato delle infezioni della sifilide trasmesse per via materna. I nostri risultati suggeriscono che il  tasso di sifilide congenita è sceso di poco (12%) tra il 2012 e il 2016, dimostrando un continuo progresso verso l’eliminazione della sifilide congenita, pur rimanendo però lontano l’obiettivo dell’Oms di arrivare a 50 casi di sifilide congenita ogni 100mila nati vivi e ad almeno il 95 per cento di copertura nei trattamenti prenatali, tra cui screening  e cure per la sifilide nelle donne incinte», scrivono gli autori del rapporto.

Lo scenario potrebbe cambiare completamente con efficaci interventi di prevenzione: i rischi per il nascituro potrebbero essere ridotti al minimo se le donne incinte ricevessero una diagnosi e un trattamento precoce, con terapie antibiotiche a base di penicillina preferibilmente prima del secondo trimestre di gravidanza. 

«Prevenire la trasmissione materno-fetale  della sifilide attraverso l’incremento dei test diagnostici nell'assistenza prenatale (antenatal care Anc) e il trattamento immediato con una singola iniezione di benzilpenicillina è altamente conveniente in base al rapporto tra costi ed efficacia. Eliminare la trasmissione materna della sifilide è fattibile in contesti in cui la prevalenza materna è abbastanza bassa», affermano gli esperti dell’Oms.

Particolarmente preoccupante, si legge nel rapporto, è la situazione in Africa e nei Paesi del Mediterraneo orientale dove si combinano due fattori deleteri: l’elevata diffusione della malattia tra le donne e la carenza di servizi sanitari per le cure prenatali.  Va un po’ meglio, ma c’è ancora molto da fare, nel Sudest asiatico dove è stata registrata una leggera diminuzione dei casi di sifilide congenita tra il 2012 e il 2016. 

L’unica area del mondo vicina al traguardo fissato dall’Oms (meno di 50 casi di sifilide congenita ogni 100mila neonati) è la Regione Europea Oms (54 Paesi tra Europa e Asia).

«Il monitoraggio dell’incremento di screening e trattamenti delle donne in gravidanza rimane fondamentale per misurare i progressi verso questo obiettivo. Misurare quanti adulti e bambini sono affetti dalla sifilide con una stima a livello regionale e nazionale è fondamentale per guidare l’attività dei sistemi sanitari nel rafforzare la prevenzione, la diagnosi e il trattamento della sifilide», concludono i ricercatori.