Smemorati per colpa del multitasking

Tempi moderni

Smemorati per colpa del multitasking

Dividiamo la nostra attenzione tra innumerevoli dispositivi. Ma ciò non è senza conseguenze
redazione

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Un multitasker pesante è capace di usare tanti media allo stesso momento, ma avrà difficoltà a ricordare informazioni appena apprese. Secondo gli scienziati della Stanford University, il multitasking ha effetti negativi sulla memoria di lavoro

Un post su facebook, un commento su twitter, uno sguardo alla partita di calcio in televisione, un’occhiata alla chat di what’s app che macina messaggi, una risposta veloce alla mail appena arrivata. Tutto questo senza mai interrompere il lavoro sul file aperto sullo schermo del portatile. È quello che Anthony Wagner, professore di psicologia della Stanford University, definisce “multitasking pesante”, ovvero l’abitudine quotidiana di usare tanti media allo stesso tempo. Nulla di paragonabile a quello che fa un “multitasker leggero” che per lavorare in pace decide di dedicare l’attenzione solamente al computer, silenziando il cellulare e ignorando tutte le notifiche. Una differenza che incide sulle performance cognitive: i multitasker pesanti ottengono punteggi inferiori nei test sulla memoria di lavoro. 

È quanto emerge da una review condotta da Anthony Wagner e dai suoi colleghi del Stanford Memory Laboratory sui principali studi degli ultimi dieci anni, compresi quelli realizzati tempo fa dagli stessi autori dell’indagine pubblicata ora su Pnas.

«I media e la tecnologia sono elementi onnipresenti della nostra vita quotidiana e il loro uso offre molti vantaggi e benefici - scrivono gli autori della review -  Le decisioni su come gli adulti e i giovani nell’età dello sviluppo usano i media potrebbero essere guidate dalle informazioni su come la mente e il cervello vengano influenzati da diversi modelli di utilizzo. Abbiamo passato in rassegna le recenti scoperte sui profili cognitivi e neurali di individui con diverse sfumature del comportamento multitasking, trovando che, in generale, i multitasker più pesanti spesso hanno prestazioni peggiori in un certo numero di performance cognitive».

La maggior parte degli studi analizzati ha messo in luce che un multitasker pesante, rispetto a uno leggero, ha maggiori difficoltà a trattenere nella mente un ristretto numero di informazioni per un breve periodo di tempo, una capacità che gli psicologi definiscono “memoria di lavoro”.  

Lo stesso Wagner e i suoi colleghi avevano condotto esperimenti per mettere alla prova la memoria di lavoro dei multitasker. In uno di questi, per esempio,  ai partecipanti venivano mostrati su uno schermo per pochi secondi alcuni rettangoli orientati in un certo modo e poi gli veniva chiesto di indicare le differenze in una seconda immagine con alcune figure ruotate. Ebbene, la memoria di lavoro dei multitasker pesanti non funzionava alla perfezione. 

Il dato ottenuto qualche anno fa da Wagner e colleghi è in linea con i risultati degli studi analizzati adesso. Circa la metà delle ricerche dimostra infatti che i giocolieri del digitale, capaci di gestire tanti dispositivi contemporaneamente, hanno difficoltà a ricordare un numero ristretto di informazioni ricevute poco prima. L’altra metà degli studi non ha invece raggiunto risultati significativi. In nessun caso, comunque, sono state osservate performance di memoria di lavoro migliori nei multitasker pesanti rispetto a quelli leggeri. 

Dalla review è emerso un dato interessante e inaspettato: le performance dei multitasker sono basse quando il test sulla memoria è semplice. Quando invece la difficoltà aumenta di livello, i punteggi dei multitasker migliorano, tanto che in quel caso non si notano differenze tra i multitasker pesanti e quelli leggeri.  

Gli autori hanno fondate ragioni per sospettare che tutto dipenda dalla capacità di attenzione. Il multitasking più spinto infatti è associato a un calo della concentrazione. Il che significa che per attirare l’attenzione dei multitasker pesanti bisogna passare a messaggi di un livello più complesso.

«Mentre sono necessarie ulteriori indagini - scrivono i ricercatori - avanziamo l'ipotesi secondo la quale un calo dell’attenzione può spiegare molti (anche se non tutti) i risultati degli studi».